Unicredit, tutto chiarissimo

Presentandosi come il perfetto paradigma della classe politica italiana, quella che di economia e finanza non capisce una cippa salvo al momento di mettersi a tavola, Umberto Bossi ricostruisce a modo suo la saga Unicredit:

“C’era la paura che la Germania si prendesse tutta la banca”, ha premesso il senatur fermandosi a parlare nel cortile di Montecitorio con alcuni cronisti. ”Ma poi si è valutato che la Germania non ha i numeri”, ha aggiunto. In ogni caso, ha proseguito, ”se c’è un minimo di azione intelligente delle fondazioni non ce la possono fare e spero che le fondazioni non stiano con le mani in mano e organizzino la difesa” dai tedeschi.

Qualcuno dovrebbe spiegare a Bossi che le fondazioni hanno affondato Profumo soprattutto perché quest’ultimo, negli ultimi due anni, le ha costrette a tirar fuori un bel po’ di quattrini in ricapitalizzazioni. Alla domanda se le fondazioni abbiano sufficienti capitali per organizzare questa difesa, Bossi ha risposto: “Bastano i numeri e penso che Guzzetti sia in grado di organizzare qualcosa”. Ecco il Cavaliere Bianco, magari con lo spadone di Alberto da Giussano o il Sole delle Alpi tatuato sul paraurti, che appronta le “linee di difesa” contro il nuovo Barbarossa.

Sfortunatamente, in un mondo così interconnesso, le linee di difesa sono i soldi e non sacchetti di sabbia o torrette fortificate. E del resto noi in Italia di fondazioni bancarie che non hanno più nemmeno gli occhi per piangere ma alzano disperatamente il ponte levatoio in nome della “specificità locale” abbiamo altri fulgidi esempi, i leghisti possono volgersi a quelli, è la ricetta infallibile per il declino. E’ comunque curioso che Bossi non citi i libici, forse per non creare problemi a Berlusconi. Ma a quello pensa il governatore veneto, Luca Zaia, che invoca il “contingentamento” degli investimenti libici in Unicredit. Si attende la Consob, sul “concerto” tra la banca centrale di Tripoli e il fondo sovrano Libyan Investment Authority. Se provato (o affermato), si arriverebbe a sterilizzare al 5% del capitale i diritti di voto del duo di investitori libici, chiudendo la partita, almeno per ora.

Nel frattempo, le nostre angustie sono alleviate dalle dichiarazioni di don Virginio Colmegna, direttore della Casa della Carità di Milano (e beneficiario di 2 dei 40 milioni di euro della buonuscita di Profumo), che ci informa sulla serenità con cui i coniugi Profumo stanno affrontando questa dura prova:

«Era sereno e determinato ad andare avanti, una persona che arriva a quel livello è abituata ad affrontare le difficoltà. E anche sua moglie, Sabina Ratti, era serena. E’ una famiglia unita e, senza retorica, sana e lo si vede quando capitano cose come queste, davvero»

Stiamo parlando di un top manager uscito dalla propria impresa, don Colmegna, non di un malato terminale; provi a mettere il limitatore di giri alla retorica, se possibile.

Menzione d’onore per questo pezzo di Luca Telese sulla plutofilia-bancofilia che da sempre fa fremere i cuoricini dei nostri audaci riformisti di sinistra. Siamo un paese di macchiette per tutti i gusti, inutile girarci intorno.

Update – Anche per Oscar Giannino la determinante dell’uscita di Profumo sono i cattivi risultati dell’ultimo biennio e gli aumenti di capitale richiesti per colmare i buchi, come scritto qui. Ora è il tempo della politica, e di una Lega che vuol sedersi a tavola prendendo il posto di chi l’ha preceduta. Ma senza schei, come direbbero dalle parti di Zaia, la parabola sarà quella dell’avvizzimento, a tutela della sopra citata “specificità del territorio”. Solo l’ultimo atto del declino del capitalismo finanziario italiano, e dei suoi roving bandits.

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