E’ tornata la “speculazione”, non la crescita italiana

Gli amici di noiseFromAmerika stanno scrivendo il sequel di quello che è diventato un best-seller. Il merito va indubitabilmente al protagonista di tali libri, che su base pressoché quotidiana ci delizia con non sequitur, motteggi e moralismi che mascherano il nulla che ne caratterizza la politica economica, con buona pace della pletora dei suoi infaticabili laudatori. L’ultima perla di Giulio Tremonti è qui, proviamo ad analizzarla.

Sono tornati i bankers, dice il tributarista valtellinese. E fin qui, siamo alle solite banalità. Potremmo dire che i bankers (o meglio, i banksters) non se ne sono mai andati, ma sarebbe una futile precisazione. Sul fatto che la speculazione sia “a piede libero”, occorrerebbe precisare il significato del termine “speculazione”. Lo abbiamo scritto così tante volte che abbiamo la nausea a reiterarlo, e sospettiamo che lo stesso problema affligga i lettori. “Speculazione” è qualcosa che serve a fornire liquidità ai mercati, smorzandone gli andamenti esplosivi; lo speculatore rischia del proprio, in condizioni normali: o gli va bene e guadagna, o gli va male e viene buttato fuori dal mercato.

Le banche globali fanno qualcosa di più e di diverso: semplicemente controllano i governi, costringendoli a fare ciò che esse vogliono, o depotenziando le misure più esplicitamente punitive verso un modello di business fatto di gigantismo e distorsioni allocative. Anche qui, il ragionamento di Tremonti è relativamente banale e lineare, anche se non particolarmente preciso. Se lo fosse, dovrebbe dare di corrotti ai suoi colleghi premier e ministri di tutto il mondo.

Ma è sulla situazione italiana che Tremonti si esercita nella abituale propaganda sconnessa. I debiti pubblici nel mondo sono saliti per salvare le banche, argomenta il ministro: “non in Italia, però”, si affretta a precisare. Frase che andrebbe interpretata: in Italia non si sono salvate le banche (che non avevano alcun bisogno di essere salvate) ma il debito pubblico in rapporto al Pil è comunque fortemente aumentato, negli ultimi tre anni. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, in rapporto al Pil siamo passati dal 103 per cento del 2007 al 118 per cento di quest’anno. Sono deterioramenti simili a quelli che abbiamo visto nel caso di paesi che sono stati costretti a salvare il proprio sistema creditizio, ricapitalizzando.

Da cosa è dipeso questo dato? Certamente dal negativo rapporto deficit-Pil degli ultimi anni: l’Italia ha perso circa 6 punti percentuali di Pil nel corso della crisi, uno dei peggiori risultati tra i paesi sviluppati. Ma la differenza la fa la nostra non-crescita: in particolare, quella regoletta secondo la quale il rapporto debito-Pil aumenta quando il costo medio del debito eccede la crescita della ricchezza prodotta ogni anno dal paese. E questo è esattamente ciò che sta accadendo al nostro paese, affetto da cronica non-crescita. Se il costo del debito dovesse aumentare oltre il passo della nostra crescita, per qualsivoglia motivo (crescita dell’Eurozona, aumento del premio al rischio sull’Italia), il nostro rapporto debito-Pil ci metterebbe su un sentiero ben più problematico di quello sul quale già ci troviamo. In soldoni, è come se anche noi avessimo dovuto salvare le banche. Ma Tremonti questo non ve lo dirà, non è chiaro se per ignoranza o desiderio di occultare una scomoda verità.

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