Manovre e no

Dopo la manovra correttiva monstre annunciata dal Cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, in nome e per contro del governo di coalizione tra Tories di David Cameron e LibDem di Nick Clegg (a riprova del fatto che evidentemente non è un problema di leggi elettorali e di esiti da esse indotti ma di atteggiamento e senso di responsabilità della classe politica: serietà, per farla breve), oggi si è verificato un evento singolare, e che non accadeva dal maggio del 2009: il rendimento del Gilt quinquennale, il titolo di stato britannico, è sceso sotto quello del corrispondente titolo tedesco, mentre il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali dei due paesi è al minimo dell’ultimo anno.

Il che non è male, per un paese (il Regno Unito) che ha un’inflazione che resta cocciutamente sopra il 3 per cento, malgrado la crisi, mentre l’inflazione tendenziale tedesca è circa la metà. Come leggere questa circostanza? Azzardiamo: forse, dopo l’annuncio della manovra fiscale fortemente restrittiva, nulla osta all’adozione da parte della Bank of England di un secondo round di easing quantitativo. Si creerebbe quindi quel mix di politica fiscale restrittiva e politica monetaria espansiva che è considerato la via da perseguire per uscire dalla crisi senza farsi sparare addosso dai mercati. Oppure (ipotesi più machiavellica), i mercati ritengono che la stretta fiscale britannica sarà talmente recessiva e finanche depressiva da causare un crollo dell’inflazione e quindi stanno portandosi avanti, come d’abitudine.

Comunque finisca, prendiamo spunto dal commento di Oscar Giannino per un rapido confronto con l’Italietta dei tagli lineari e timidi, quelli che massacrano la ricerca e le spese in conto capitale nell’attesa della Fulgida Era di Nonsisabenecosa. Oscar segnala che la manovra Osborne-Cameron-Clegg contiene anche maggiori entrate, per circa il 20 per cento del totale, ma non specifica che i contribuenti più agiati pagheranno di più, sia attraverso una struttura delle aliquote Irpef già irripidita dal precedente governo, che con prestazioni di welfare (trasferimenti e crediti d’imposta) assoggettate al means testing, cioè al reddito, personale e familiare, attuando quella che evidentemente è una manovra ispirata a criteri di progressività fiscale. Detto incidentalmente, noi siamo dell’idea che da questa crisi non si potrà uscire limitandosi a tagliare le spese (ammesso e non concesso di riuscirvi), ma occorrerà agire anche dal versante delle entrate. Ovviamente, est modus in rebus, e il mix prescelto sarà determinante per definire la qualità della correzione, in funzione pro-crescita.

Il dato politico del confronto tra Roma e Londra, ribadiamolo, è palmare e disarmante: il governo italiano finora ha finto di fare manovre, riuscendo tuttavia a realizzarne una di qualità scadente e per nulla pro-crescita, malgrado i saldi necessari fossero esigui, consentiti da migliori condizioni di partenza sul deficit. C’è da sperare che anche i trombettieri di casa nostra possano prendersi la briga di studiare la manovra britannica per capire dove sta la polpa e dove le chiacchiere. Ma queste sono le nostre solite mal riposte speranze.

P.S. Della manovra italiana riparleremo a giorni, in una sede insospettabile ma non troppo.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!