La regola dell’eccezione

Il governo giapponese ha innalzato la valutazione dell’incidente al reattore nucleare Daiichi di Fukushima al livello più elevato su una scala internazionale di sette, equivalente al disastro di Chernobyl del 1986. Il regolatore nucleare giapponese ha dichiarato di avere innalzato di due livelli la valutazione sulla scala dell’Agenzia Atomica Internazionale per riflettere il potenziale impatto delle continue fuoriuscite di radiazioni sulla salute umana e sull’ambiente. Tra Fukushima e Chernobyl vi sono evidentemente differenze ed analogie, e non intendiamo impiccarci alle scale parametrali della IAEA, ma alcune considerazioni si possono comunque trarre.

Le autorità giapponesi enfatizzano che finora Fukushima avrebbe rilasciato nell’ambiente solo un decimo della contaminazione radioattiva sfuggita a Chernobyl. Il tutto prendendo per buona una situazione la cui evoluzione è talmente fluida, ad un mese dall’evento, da causare un vero e proprio frastuono delle fonti ufficiali. Se nel caso di Chernobyl si disse che la colpa di questo inquinamento informativo era della dittatura sovietica e della sua cappa di segretezza liberticida, in quello giapponese si conferma che anche le democrazie sono disarmate rispetto all’entropia causata dagli incidenti nucleari più gravi.

Sulla sicurezza abbiamo già detto: esiste un rilevantissimo tail risk, come dimostra il fatto che a Fukushima le barre di combustibile nucleare esausto fossero inopinatamente custodite dentro la centrale, a ridosso del reattore. L’impressione è che il tail risk sia parte della natura umana, ma le conseguenze potenziali nel caso degli impianti nucleari sono di un ordine di magnitudine incomparabilmente più elevato, nello spazio e (soprattutto) nel tempo.

L’imprevedibilità degli esiti di incidenti gravi causa ogni volta riflessi condizionate nei sostenitori del nucleare. “Queste centrali sono di vecchia concezione, la prossima generazione sarà sicurissima”. Se sulla tecnologia siamo sempre in modalità “Splende il Sol dell’Avvenire”, è evidente che si pone un problema “filosofico” all’esistenza stessa delle centrali. Allo stesso modo in cui ha assai poco senso discutere di “eccezionalità” della situazione di Fukushima. Un’argomentazione che ricorda molto quelle di Alan Greenspan sulle notable exception.

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