Greg House, ateo devoto

Indigestione di Vicodin (ed anche di qualcosa di più forte) per il redattore de il Giornale che è riuscito a distillare questo ritratto del dottor House, in cui il nostro eroe è dipinto già dal titolo come “liberale e cristiano”, capace di trasformare “il vizio in virtù”. House informato agli eterni principii del cristianesimo?

A noi pare piuttosto a quelli non meno eterni dell’umanesimo ma l’estensore del pezzo pare non accorgersene, quando cita la frase «Occorre essere religiosi, per dire che un feto è vita?». I telespettatori ricorderanno l’episodio in cui House discute animatamente con la Cuddy perché egli era favorevole all’aborto su una paziente primipara non più giovanissima la cui vita era minacciata dalla sofferenza del feto, sul quale la Cuddy spingeva invece per intervenire chirurgicamente.

Durante l’intervento, la manina del bambino afferra il dito di House, che ne resta a modo suo turbato. Dopo l’intervento, House rimprovera la Cuddy di aver preso rischi altissimi sulla vita della madre, e di aver agito per assecondare il suo desiderio di maternità, cioè irrazionalmente. Prima dell’intervento, House si era pure comportato in modo “randiano” (per citare il pezzo del Giornale), definendo il feto “un piccolo parassita”. Perché è questo ciò che la scrittrice oggettivista russa pensava del feto, che ci piaccia o meno, che troviamo il concetto ripugnante o meno. Ma al Giornale devono essersi persi qualche capitolo del bignami randiano:

«An embryo has no rights. Rights do not pertain to a potential, only to an actual being. A child cannot acquire any rights until it is born. The living take precedence over the not-yet-living (or the unborn)»

«Abortion is a moral right—which should be left to the sole discretion of the woman involved; morally, nothing other than her wish in the matter is to be considered. Who can conceivably have the right to dictate to her what disposition she is to make of the functions of her own body?»

I telespettatori credenti ricorderanno poi certamente anche lo sbeffeggio di House verso “il nulla” che c’è dopo la morte, e la definizione di dio come “amichetto immaginario”; forse ricorderanno anche la propensione di House a mangiare non solo e non tanto in obitorio ma nel reparto dove ci sono gli stati vegetativi, “perché qui è molto tranquillo”. Davvero un ateo devoto, questo House.

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