Il tenente Colombo e la democrazia all’italiana

di Mario Seminerio – Libertiamo

Molto tempo addietro, quando non esistevano ancora i telefoni cellulari e lo strumentario a disposizione della polizia scientifica era ben più ridotto di oggi, assicurare dei malfattori alla giustizia non era poi così difficile, contrariamente a quanto potremmo immaginare secondo la logica (perversa?) odierna.

Il modello era il tenente Colombo, con il suo impermeabile sgualcito e la sua auto, che sarebbe stata immediatamente tassata a morte in un regime di cap and trade. Preso di mira il maggiore sospettato, quello che indefettibilmente alla fine si rivelava il colpevole, Colombo iniziava a porre domande apparentemente innocue ma tali da destabilizzare progressivamente le certezze e l’alibi del malcapitato. Il tutto culminava nella piena confessione, che il reo quasi urlava in faccia a Colombo, nello scoppio liberatorio di un climax di frustrazione. Non servivano approcci in stile CSI né sofisticate tecnologie, tali da inchiodare il colpevole: il caso si chiudeva per confessione.

Oggi, in Italia, il tenente Colombo avrebbe seri problemi, in caso incocciasse in uno degli innumerevoli “intoccabili” della nostra oligarchia: anche di fronte ad eventuali elementi probatori “pesanti” dovrebbe gestire l’assenza di confessione e l’invocazione di tutta una serie di espedienti procedurali che lo costringerebbero a gettare la spugna:

“Non avete prove contro di me. Se anche le aveste significa che le avete ottenute con qualche espediente illegittimo. Se invece le avete ottenute con mezzi legittimi, non possono essere utilizzate contro di me perché i miei accusatori vogliono eliminarmi politicamente e fisicamente. Serve garantismo, giusto processo, processo breve, processo lungo, prescrizione garantita e quant’altro”.

Il povero Colombo, da noi, sarebbe già stato prepensionato per esaurimento nervoso. Oppure si sarebbe dovuto riconvertire nella caccia ai ladri di polli. Quelli di solito finiscono dentro senza particolari intralci, in ogni epoca storica.

Ebbene, qualcosa di simile (una gigantesca paralisi, ma formalmente non contestabile) accade nella dinamica politica del nostro paese: Silvio Nerone Berlusconi ha dalla sua il fatto che la odiata (da lui) democrazia parlamentare prevede che, senza voto di sfiducia palesemente e (più o meno) liberamente espresso dal Parlamento, l’esecutivo resti confortevolmente in carica. E pazienza se l’esecutivo in questione è tenuto insieme da un diabolico reticolo di ricatti incrociati e di convenienze di varia natura: la fiducia c’è, quindi si va avanti. Il governo legifera, pur se nel vuoto, quindi formalmente funziona. Ciò vuol dire che non può neppure darsi un intervento “dall’alto” del capo dello stato: il governo lavora, nella massima disfunzionalità possibile. A intervalli regolari, di fronte a minacce esterne, la maggioranza si compatta per poi tornare a dividersi e negoziare furiosamente dietro le quinte, mentre il paese affonda sotto il peso delle tasse imposte dai liberioti. Alla fine, il nostro Nerone potrebbe anche prendere coscienza di avere tra le mani una formidabile testata nucleare puntata contro il mondo: l’Italia.

Silvio Nerone Berlusconi ha la maggioranza, anche se non sappiamo dire per cosa (o forse lo sappiamo anche troppo bene), si è convinto quindi di essere insostituibile “against all odds” e va avanti verso una nuova investitura a furor di popolo e del suo segretario-concierge, il democristiano geneticamente avariato Angelino Alfano. E quindi state pronti per grandi riforme, grandi opere, grandi liberalizzazioni, grandi fregnacce, grandi paralisi, grandi fallimenti. Perché la forma è salva e la “sovranità popolare” pure. E comunque, non avete prove contro questa forma degeneratamente formalistica di democrazia, brandita dagli aedi della “costituzione materiale”.

Siamo in trappola, in altri termini.

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