Diario della crisi – 18 novembre

(in aggiornamento nel corso della giornata)

– Riprende corpo, dopo la stroncatura tedesca di ieri sera, l’ipotesi di un accrocchio barocco in cui la Bce presta al Fondo Monetario Internazionale che a sua volta presta all’EFSF o ai singoli stati. E vissero tutti felici e contenti? Lecito dubitarne ma anche sperarne, perché alla fine qualcosa occorrerà fare.

Qualcosa occorrerà fare, perché la ritirata della liquidità sta ormai assumendo aspetti inquietanti. Buone ultime, le banche britanniche hanno fortemente ridotto l’esposizione al rischio-controparte verso le consorelle della periferia dell’Eurozona, nell’ultimo trimestre. Questa notizia si aggiunge a quella secondo cui gli investitori asiatici, dopo aver tagliato gli acquisti in tutta Eurolandia meno che in Germania, ora stanno riducendo drasticamente la scadenza degli investimenti in titoli di stato tedeschi, preferendo restare entro i dodici mesi. Aspettative di un megasalvataggio con fondi tedeschi (che minerebbe il merito di credito di Berlino) oppure qualcosa d’altro, ben più inquietante?

Come che sia, il quadro appare ormai più o meno chiaro: gli Stati Uniti sono ancora in una balance sheet recession, quindi non possono fare (più) la locomotiva del pianeta. Inoltre, nelgi States a breve riprenderà una stretta fiscale con nuovi rischi di downgrade da parte delle agenzie di rating e la congiuntura americana, che nel terzo trimestre ha evitato la recessione grazie anche ad un rimbalzo del consumatore, che ha temporaneamente ridotto il tasso di risparmio, si ritroverà a stringere la cinghia. In Europa, una poderosa e concentrata stretta fiscale sta accelerando il rischio di collasso e di default disordinati.

A questo punto, per elevata e crescente avversione al rischio, la domanda di titoli di stato europei si è inaridita. Quindi, la domanda sorge spontanea: che accadrà alle prossime aste di titoli di stato, non solo italiane? Una crisi di liquidità che si trasforma in crisi di solvibilità? Ecco allora che serve un compratore di ultima istanza per questi titoli, a meno di instillare negli investitori globali un po’ di ottimismo e far finire questo sciopero. Ma mentre preghiamo che ciò accada, potremmo pensare ad un piano B? Non è questione di essere Paul Krugman, Giuliano Ferrara o qualche ripetitivo tuttologo multimediale: è che serve proprio trovare una fonte di domanda sostitutiva per la carta sovrana. Quindi, va bene essere rigorosi, ma primum vivere, deinde philosophari. Anche perché tutti gli indicatori di stress di liquidità sono in tensione, come nel 2008.

Mario Monti ottiene la fiducia, e si accinge a governare. C’è subito un problema, però: Monti ha dichiarato, nel suo discorso programmatico alle camere, che “non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabili in essere”: ciò vuol forse dire che saranno solo i nuovi assunti ad essere privati delle protezioni dell’articolo 18, ove applicabili? Se così fosse, come segnala anche Giuliano Cazzola sul suo blog, si riprodurrebbe la natura duale del nostro mercato del lavoro. Interessanti le argomentazioni di Cazzola, che si spinge fino ad ipotizzare l’incostituzionalità di una simile impostazione. Chissà se si tratta dello stesso Cazzola che sullo stesso tema era divenuto afasico, negli ultimi tre anni di legislatura. Ma si sa, non c’è niente come l’opposizione per stimolare lo spirito critico;

Come che sia, e senza troppo sviolinare il sobrio loden di Monti, l’Italia da sola non uscirà dalla crisi, ma potrà contribuire a fare quelle riforme di struttura che servirebbero per negoziare da posizioni meno ridicole in Europa, segnatamente con i tedeschi. Questa è una banalità assoluta, ma serve ricordarla. Per non aver più nulla a che spartire con i powerpoint in cui Brunetta spiega, “da economista” (come ripete ossessivamente, quasi a voler convincere se stesso) che le variazioni percentuali dei credit default swap degli altri sono maggiori delle nostre. Peccato che contino i livelli, soprattutto se si parte da una base molto elevata e con costi di rifinanziamento del tutto incompatibili con il proprio tasso di non crescita. Ma questo Brunetta lo studierà nella sua prossima vita.

– Mentre Mario Draghi chiede a gran voce che questo benedetto EFSF venga rimesso in pista, dopo essere sparito nelle nebbie alla fine di ottobre, si diffonde la voce che i tedeschi stiano ancora giocando con Lego e Meccano, e siano ormai giunti alla ventiseiesima versione del successore delll’EFSF, che dovrebbe essere l’ESM (European Stability Mechanism). In quest’ultima veste, il fondo dovrebbe diventare una specie di terminator dei paesi insolventi, un commissario straordinario dei paesi in procedura di bailout ed uno scudo di protezione dei sistemi finanziari in dissesto, per evitare che il loro potenziale sistemico finisca col mettere a tappeto tutta l’Eurozona ed il pianeta. Non sappiamo se questa proposta farà strada, ma sarebbe più opportuno che i tedeschi si concentrassero sull’EFSF e sull’emergenza del novembre 2011, non su quello che accadrà dal secondo semestre del 2013. Al quale non arriveremo, proseguendo in questo modo. E comunque sarebbe utile che a Berlino prendessero atto che non è possibile fronteggiare il volume di fuoco dei mercati finanziari lesinando risorse sui fondi di salvataggio. Diversamente, il “default ordinato” è l’ossimoro che ci seppellirà.