Grecia, e venne l’ora della deflazione

Continuano le fibrillazioni greche sul pacchetto di ristrutturazione onnicomprensiva per giungere all’erogazione della nuova tranche di aiuti internazionali. Dopo aver apparentemente concluso l’accordo con i creditori privati, con un taglio del valore nominale del 50 per cento ma una perdita in termini di valore attuale netto del 70 per cento, è ora il turno degli interventi sul mercato del lavoro greco, per i quali la troika si sta mostrando inflessibile, al punto da bloccare la firma dell’accordo con i creditori privati.

Esiste peraltro elevata incertezza sulla possibilità che i 130 miliardi di aiuti siano insufficienti, visto che la contrazione greca si è accentuata negli ultimi mesi, aprendo nuove voragini nei conti pubblici. Alcuni osservatori già parlano di un cartellino del prezzo lievitato di ulteriori 15 miliardi, al nuovo totale di 145 miliardi. Cifre che i tedeschi (e gli olandesi) hanno fatto sapere di non voler in alcun caso integrare.

Per il mercato del lavoro, obiettivo della Troika è quello di raggiungere una violenta deflazione interna, da ottenere con licenziamento di 150.000 dipendenti pubblici e, nel settore privato, taglio delle gratifiche (la tredicesima e quattordicesima), e abbattimento del salario minimo, fissato oggi a 750 euro. Chiesto inoltre lo smantellamento del sistema di contrattazione collettiva. L’unico problema è che la Grecia non è la Lettonia, che si è sottoposta ad una sanguinosa deflazione pur di non staccarsi dal peg rigidissimo della valuta locale con l’euro. Quando diciamo che “la Grecia non è la Lettonia” non stiamo facendo valutazioni etniche, sociologiche o razziali, sia chiaro: diciamo solo che la Lettonia aveva un basso livello di debito pubblico, che rendeva una deflazione interna più “tollerabile” rispetto a quanto potrebbe accadere in Grecia, anche considerando la ristrutturazione del debito pubblico.

Resta il fatto che il governo di grande coalizione che appoggia il tecnocrate ex Bce, Lucas Papademos, sta opponendo forti resistenze alle misure ferocemente deflattive che i creditori internazionali stanno tentando di applicare alla Grecia, e che sono le prescrizioni classiche del Fondo Monetario Internazionale, con la “trascurabile” variante che la leva della svalutazione del cambio è preclusa, e quindi occorre tagliare le retribuzioni nominali, tutte.

Che accadrà se i greci si impunteranno, rifiutando il nuovo massacro, e si giungerà al default disordinato, visto che il 20 marzo è in scadenza un titolo di stato greco per 14,5 miliardi di euro che il governo di Atene semplicemente non ha? Gli osservatori pensano che, giunti a questo punto, la Germania e gli altri creditori stiano pensando di lasciar andare la Grecia in default, magari ritenendo che l’azione della Bce abbia messo in sicurezza il sistema bancario europeo. Altri osservatori vedono in ciò quella tragica sottovalutazione dei rischi che guidò l’azione di Hank Paulson e del sistema bancario americano quando si decise di fare di Lehman un perfetto capro espiatorio. Scopriremo presto chi ha ragione.

Nel frattempo, abbiamo finalmente di fronte lo schema operativo dei futuri salvataggi entro l’Eurozona, ed è quello che conosciamo da sempre ma che finora, nei fatti, non è mai stato tentato: abbattimento delle retribuzioni nominali utilizzandole come sostituzione della fissità del cambio. Eppure da altrettanto tempo conosciamo la controindicazione ad una deflazione: un elevato livello di indebitamento, pubblico e/o privato, il cui rapporto con il Pil prende un sentiero esplosivo quando si agisce per ridurre prezzi e salari. Questa è aritmetica del debito, non un’opinione.

E quindi? Quindi, ipotizzando che la deflazione venga effettivamente applicata, ci sono solo due “trattamenti” per lo stock di debito, pubblico e privato: o un flusso di aiuti esterni, tale da integrare il reddito nazionale del paese in deflazione e permettergli di continuare a servire il debito, oppure uno tsunami di default. E’ su questo punto che tedeschi e Ue devono decidere che fare da grandi, sempre sperando che lor signori si siano fatta un’idea precisa degli effetti di contagio rispetto ad altri paesi. Quello che non si può accettare (per manifesta ignoranza di elementari nozioni finanziarie) sono le critiche moralistiche a paesi il cui rapporto debito-Pil e deficit-Pil esplode in conseguenza delle misure deflattive adottate, che “qualcuno” per contro tende a scambiare per lassismo fiscale.