La Germania mercatista di Monti

Intervistato dal Wall Street Journal alla vigilia del suo incontro con Barack Obama, il premier Mario Monti ha esposto una interessante visione sulle riforme di struttura di cui l’Europa necessita. Ed anche una posizione certamente originale sull’economia di mercato e quali sarebbero i paesi che la interpretano al meglio.

Riguardo la crescita, Monti ha immediatamente sgombrato il campo da suggestioni circa la possibilità di convincere la Germania a  “spendersi” il suo enorme surplus commerciale per trascinare il resto d’Europa: “Queste idee hanno molto senso, ma non sarebbero l’argomento vincente” con la Germania, ha detto Monti. Piuttosto, dopo aver escluso radicalmente che possa darsi un’ipotesi di crescita attraverso stimoli di bilancio pubblico, Monti ha suggerito che, dopo il Fiscal Compact, serve un’azione dal versante della crescita, e questo dovrebbe avvenire dando alla Commissione il potere di sanzionare in modo rapido i paesi membri che non aprono il proprio mercato secondo quanto previsto dalle direttive. Iniziativa molto interessante e lodevole, anche se difetta forse di realismo nel pensare che la Commissione riuscirebbe ad imporsi sugli stati nazionali, Francia e Regno Unito in testa ma certamente anche la Germania. E visto lo spessore di chi abbiamo, oggi, in Commissione, c’è assai poco da stare allegri. Ma forse quello è un caso di selezione negativa, chissà.

E proprio la Germania viene invitata da Monti ad aprire maggiormente i propri mercati domestici e ad assumere la leadership non solo dell’ortodossia fiscale ma anche quella di mercato. Già, perché pare che Monti, nel corso dell’intervista, abbia citato la Germania come modello di economia di mercato tout court, e non tanto di quella stantia “economia sociale di mercato” con cui i nostri provinciali e furbastri politici si sciacquano la bocca, ogni volta che vogliono calare la loro manomorta sull’economia del paese per razziarla. Invece no, Monti ha proprio detto che la Germania “ha inventato l’economia di mercato nel Secondo Dopoguerra”, portando nei trattati europei le nozioni di mercato, competizione, divieto di aiuti di stato ed anche (tema molto caro a Monti ed alla sua visione del mondo economico) una prestigiosa tradizione antitrust, che data dal 1958 (l’anno successivo al Trattato di Roma), quando nella Repubblica Federale venne istituito il Bundeskartellamt.

Che sintesi, quindi? Che Monti sta ponendo con forza il tema della crescita in Eurozona, incardinandolo nel suo alveo naturale, il completamento del Mercato Unico. Se l’accrocchio delle origini si chiamava “Patto di Stabilità e Crescita”, forse vale la pena che qualcuno tenti di farlo risorgere nella sua interezza. Poi, che Monti guarda alla Germania in modo molto più “mercatista” che “sociale”, almeno in questa congiuntura, e sta tentando di stimolarne la presunta leadership non solo sul piano fiscale. Monti è un visionario europeista, cioè essenzialmente un illuso? E’ un tattico, e neppure della qualità migliore? Non è dato sapere, al momento. Quello che sappiamo per certo è che all’Europa ed al suo Mercato Unico servirebbe avere all’Eliseo un leader con le stesse visioni di Monti, e non un ipercinetico Zelig in permanente crisi d’identità.

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