I profitti della Fed

Nell’anno 2011 la Federal Reserve ha conseguito utili per 77,4 miliardi di dollari, dopo il record di 81,7 miliardi dell’anno fiscale 2010. Si tratta dei massimi storici “redditività” (anche senza virgolette) per la banca centrale statunitense, e più del doppio rispetto agli utili medi del periodo precedente la crisi 2008-2009. E’ l’essenza del signoraggio, ma non nell’accezione complottarda a cui siamo abituati.

La Fed ha guadagnato non solo dagli acquisti di titoli a breve termine (T-bills) ma, dopo l’azzeramento del rendimento dei primi, dalle operazioni di easing quantitativo in cui l’istituto guidato da Ben Bernanke ha acquistato titoli a lungo termine, soprattutto Treasury ma anche mortgage, cioè titoli ipotecari. Circa il 90 per cento dell’utile della Fed viene girato al Tesoro, mandando in frantumi le teorie di quanti sostengono che le banche centrali non dovrebbero esistere, perché l’emissione di moneta dovrebbe essere centralizzata direttamente in capo al Tesoro, per permettere al “popolo” di riappropriarsi della propria “sovranità monetaria”. Tutte cose già dette e scritte, come forse ricorderete. Paragonate questo comunque modesto utile da signoraggio (nel senso tecnico del termine, ribadiamolo) con le fiabe sui fantastilioni che banche centrali in mano a banchieri privati creerebbero ad libitum e avrete la misura di quali sciocchezze girino in rete, e non solo. Perché l’unico signoraggio che conta è quello espresso in termini reali, che però ha dei limiti intrinseci nell’iperinflazione che finirebbe col generare (anche di questo abbiamo già scritto nel post sopra linkato).

Piuttosto, per parlare di cose serie, le operazioni non convenzionali di politica monetaria della Fed espongono la banca centrale ad un evidente rischio di tasso. Se l’economia dovesse migliorare, i rendimenti richiesti dal mercato aumenterebbero, e la Fed si troverebbe con titoli a lunga scadenza e tasso fisso i cui prezzi comincerebbero a scendere anche per mano della stessa Fed che, in caso di ripresa, dovrebbe cominciare a ridurre le dimensioni del proprio bilancio, vendendo a sua volta i titoli e mettendo quindi ulteriore pressione ribassista sui prezzi e rialzista sui rendimenti. Come verrebbero gestite, quindi, le ipotetiche maxi-perdite sul portafoglio titoli della banca centrale?

Occorre sapere che le passività di una banca centrale sono rappresentate da banconote e depositi delle banche commerciali presso la banca centrale medesima. Il settore privato non può in alcun caso costringere la banca centrale a scambiare i propri attivi con quelli della banca centrale (l’oro, ad esempio), e comunque la banca centrale può creare circolante e riserve bancarie a volontà. Questo significa che, per definizione, la banca centrale non può diventare illiquida.

Riguardo la solvibilità, se una banca centrale perdesse il proprio capitale a causa di vendite in perdita di attivi o perché si trova in portafoglio titoli di società che vanno in fallimento, potrebbe limitarsi a creare moneta (che le costa zero) ed acquistare titoli di stato, i cui rendimenti sono nel frattempo aumentati perché la crisi è finita. In questo modo, col solo trascorrere del tempo, la banca centrale “rigenera” il proprio patrimonio. Sapendo comunque che il buco di patrimonio derivante dalle perdite potrebbe, in caso, essere colmato con una opportuna rivalutazione delle riserve auree, che tradizionalmente sono iscritte a bilancio a costo storico, cioè molto inferiore all’attuale. In breve, nulla che non possa essere gestito, e nulla di più inquietante di quanto abbiamo visto in questi anni di crisi e di crollo di antiche certezze e convenzioni monetarie.

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