Forti turbolenze politiche sull’euro – Si teme il breakup della moneta unica

di Gaia Giorgio FediBorsa & Finanza

Quale sarà il futuro per l’euro (e per l’Eurozona)? La domanda circola con insistenza sui mercati da qualche giorno. Da quando, cioè, archiviati i timori – in gran parte infondati – di una svolta a sinistra all’Eliseo, a tormentare i sonni degli investitori è stato il caos politico in Grecia seguito alle elezioni del 6 maggio: voto da cui è emerso un elettorato spaccato, che non ha espresso una maggioranza in grado di governare, ha bocciato i due partiti principali (ed euro-sostenitori) Nuova Democrazia e Pasok rimpinguando notevolmente le preferenze per i partiti estremisti. Gli economisti di Citigroup all’indomani delle elezioni si sono precipitati a commentare che la possibilità di un’uscita di Atene dall’Eurozona erano salite al 50-75 per cento.

L’ex chief economist della Bce, Otmar Issing, ha detto che esiste il rischio di un’uscita ellenica dall’unione monetaria, ma «l’euro mi sopravviverà per un lungo tempo». Tuttavia, vista la situazione, il 76enne Issing si è detto meno sicuro «che l’unione monetaria resterà la stessa». Tanto più che successivamente, in un’intervista pubblicata al quotidiano Rheinische Post, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che l’euro è in grado di far fronte a un’uscita della Grecia, alimentando ulteriormente le probabilità che ciò accada.

VALUTA IN CALO – Venerdì 11 la valuta unica è scesa ai minimi degli ultimi tre mesi e mezzo a 1,2904 dollari, in risposta non solo alle turbolenze legate al dossier Atene, ma anche in vista delle aste di titoli di Stato italiani, spagnoli e francesi in agenda per la prossima settimana. La maggior parte degli esperti prevede un periodo di debolezza delle quotazioni, addirittura si parla di una possibile discesa a 1,10 dollari (lo ha ribadito anche Laurence D. Fink, ceo di BlackRock, in un’intervista di qualche settimana fa). Secondo David Song, analista valutario di FXCM, con l’aumento delle turbolenze nell’eurozona anche la propensione al rischio, dopo il voto greco, si è abbassata ulteriormente. E la moneta unica ne ha fatto le spese, «anche sulla scorta dei timori legati al sistema bancario spagnolo, visto che i bond a dieci anni hanno rotto il livello del 6%, grazie a nuove speculazioni sul fatto che Madrid sarebbe alla ricerca di un salvataggio vero e proprio». Infatti, oltre al nodo politico (di cui il caso Grecia rappresenta solo una parte, seppure centrale, di questi tempi), si aggiunge quello economico, rappresentato non solo dagli squilibri all’interno dell’Unione, ma anche dalle prospettive recessive. In questo contesto, prosegue Song, «La Bce è sempre più sotto pressione per adottare misure a sostegno dell’economia in difficoltà». Pressione che potrebbe essere affrontata dal Consiglio direttivo spingendo, «Il tasso di interesse di riferimento al di sotto dell’1%, al fine di attenuare il rischio di una recessione prolungata».

«Non c’è una fuga dall’euro, ma assistiamo a un ritorno della volatilità analogo a quello visto alla fine dello scorso anno, quando i governi europei stavano negoziando sul fiscal compact», spiega a B&F James Keenan, managing director di BlackRock. Gli investitori insomma sono preoccupati. E stanno prezzando tali preoccupazioni. Per Michael Derks, chief strategist di FXPro Financial Services a Londra, «Certamente dal punto di vista finanziario la crisi si può solo intensificare. Ci saranno probabilmente altre ristrutturazioni del debito e sarà già sensazionale se la Grecia non lascerà l’euro entro un anno».

ATENE FUORI DAL PERIMETRO – «Se la Grecia uscirà dall’Eurozona non sarà certamente indolore», commenta Mario Seminerio, economista e autore del blog Phastidio.net. La situazione è preoccupante: «Speravo – dice Seminerio – in un accordo di Nea Dimokratia, Pasok e sinistra democratica che potesse ottenere una rimodulazione dei termini dei prestiti, che avrebbe consentito di avviare un circolo moderatemente virtuoso». Ma la fotografia è tutta diversa e la politica ellenica sembra davvero finita in un cul-de-sac da cui è difficile uscire. «Se i greci non si mettono d’accordo e vanno a votare a giugno, e se le frange estreme recuperano ulteriormente terreno, lo stallo aumenta. E di certo non possono continuare ad andare a votare all’infinito. In quel caso, o i partiti antisistema perdono la faccia, oppure dovranno dare corso alle loro promesse», che prevedono di voltare le spalle alla Troika e agli impegni presi sulle misure di austerity. Una prospettiva che, come già chiarito dalle autorità europee, condurrebbe Atene fuori dall’euro.

«Si sta sottovalutando il potenziale di contagio sistemico della Grecia: con una prospettiva del genere torna d’attualità un eventuale rischio Lehman», sostiene Seminerio. Vale a dire che, nel caso in cui il Paese ellenico tornasse alla dracma, «il mercato riprezzerebbe tutte le potenzialità di uscita degli altri Paesi». Inoltre, la Grecia «dovrebbe cominciare a stampare furiosamente moneta», ma poiché il ritorno alla dracma prenderebbe tempo, «dovrebbe usare nel frattempo degli strumenti alternativi, simili ai mini-assegni usati in Italia alla fine degli anni 70», che metterebbero sotto pressione il sistema. A quel punto si creerebbe una pressione iperinflazionistica che precipiterebbe il Paese nel caos, «il resto d’Europa verrebbe immediatamente riprezzato», con conseguenze terribili per gli altri Paesi europei, in particolare quelli che scontano già una carenza di fiducia da parte degli investitori.

A quel punto, secondo Seminerio, «si arriverebbe o a un’iniziativa diretta della Bce nell’acquisto di titoli di Stato direttamente in asta o equivalente». Mentre la Commissione europea, dopo l’apertura nei confronti della Spagna, è probabile che decida (forse anche senza arrivare all’emergenza), di permettere a tutti l’allungamento dei tempi di rientro dei conti nei parametri richiesti.

NUOVO MARCO – Ma la Grecia non è l’unico Paese sul quale si specula a proposito di una possibile uscita. In questi giorni è tornata a farsi sentire anche l’ipotesi, poco plausibile, di altre uscite, per esempio della Germania. «Non credo sia possibile, perché una cosa del genere non si può fare in una notte, e una volta che si dovesse spargere la voce su uno sviluppo del genere i depositi delle banche della regione affluirebbero tutti verso la Germania, per sfruttare la rivalutazione del nuovo marco», dice Seminerio. Uno scenario che destabilizzerebbe profondamente la Germania, che si troverebbe con «crediti molto svalutati della Bundesbank, che è esposta per 680 miliardi di euro sul sistema Target 2». Inoltre il nuovo marco si rivaluterebbe pesantemente mettendo a rischio il sistema di export tedesco ma, «avrebbe anche una pressione deflattiva che li manderebbe in recessione profonda praticamente subito».

EUROFANS – E l’euro? Secondo l’esperto non sopravviverebbe senza la Germania, perché a quel punto anche le altre Banche centrali deciderebbero di uscire, «non avendo più particolari motivi di rimanere legate tra loro». Se il mercato sta già prezzando in parte queste possibili evoluzioni – più o meno probabili – anche secondo Seminerio una fuga dall’euro non è in atto e probabilmente non lo sarà nemmeno in un prossimo futuro. «Se si guarda al cambio, che si mantiene cocciutamente in un corridoio di 1,30 contro il dollaro, con volatilità bassissima, è davvero incredibile alla luce delle attuali turbolenze». Dunque non può essere in corso una fuga dall’euro, e ci sono alcune probabili spiegazioni: «Magari le banche europee stanno rimpatriando fondi (per esempio dall’Est o dall’America Latina), quindi di fatto comprano euro e questo sostiene il cambio. Ma nemmeno si può escludere che la Cina, o altri Paesi asiatici, stiano comprando euro per sostenere i propri esportatori».
«Non va dimenticato – aggiunge Seminerio – che il primo partner commerciale della Cina non sono gli Stati Uniti, ma è l’Eurozona». L’esperto sottolinea che, anche se alcuni vedono il cambio euro/dollaro a 1,10 da qui a fine anno, in realtà una svalutazione dell’euro non sarebbe così negativa, perché consentirebbe di stimolare la domanda. Ma, soprattutto, non bisogna dimenticare i fondamentali, che allo stato attuale non depongono a favore né di un crollo verticale della valuta, né di una fuga di massa degli investitori. «Nell’insieme l’euro ha una bilancia commerciale in equilibrio nei confronti del resto del mondo – afferma Seminerio – Se si guarda questo aspetto, non esistono ragioni a sostegno del deprezzamento dell’euro». E inoltre, nel caso in cui gli investitori dessero l’euro per perso, finirebbero per puntare per tempo sulla rivalutazione del marco.
Come? «Convoglierebbero gli investimenti su intermediari residenti tedeschi, producendo così nell’immediato un afflusso di risorse sull’euro».