Prove generali di catastrofe

Se qualcuno pensa che l’eventuale uscita della Grecia dall’euro possa essere gestita senza particolari scossoni nell’attuale assetto istituzionale, ci ripensi. Oggi i mercati stanno picchiando con violenza sia sull’azionario che su obbligazionario e spread, mentre il cambio euro-dollaro ha ormai bucato al ribasso la soglia di 1,30 che pareva voler mantenere a lungo e in scioltezza.

Lo spread italiano tocca un massimo in mattinata a 435 punti-base, con il Btp decennale che arriva a rendere il 5,79 per cento. La Spagna, che è già in ginocchio di suo, con un sistema bancario prossimo al collasso e che rischia di essere la determinante della richiesta di aiuti alla Troika da parte del governo di Madrid, tocca i 492 punti-base ed il Bono decennale arriva a rendere il 6,31 per cento. Possiamo quindi definitivamente seppellire le polemicuzze su chi sia più riformatore tra Roma e Madrid: al mercato non potrebbe fregar di meno perché il rischio, ancora una volta, è quello di una fuga degli investitori internazionali (ed anche di quelli dell’Eurozona) dalla periferia, il che significa l’impossibilità di rifinanziare il debito.

Gli amanti della lettura dei fondi di caffè potranno osservare che lo spread italiano a livello grafico ha ormai superato i livelli di ritracciamento che invalidano un movimento primario. In altri termini, e se questo avesse realmente un valore “scientifico” (non lo ha, ma ha quello di profezia che si autoavvera), il trend di restringimento dello spread è terminato, è stato rovesciato ed ormai si è instaurato un nuovo trend di allargamento.

Fuori da questi esoterismi, resta il punto centrale: se la Grecia esce, tutto il debito della periferia viene riprezzato, e la sua sostenibilità viene rapidamente meno. Anche ipotizzando che Monti o un altro premier riescano a confiscare tutti gli immobili ed i risparmi delle famiglie, per fare una bella compensazione debiti-crediti. Invece, se la Grecia esce, l’unica alternativa ad una catastrofe è una azione della Bce in acquisto diretto ed illimitato dei debiti sovrani della periferia, in sostituzione del mercato. In questo senso, la condotta dei rifondaroli greci di Syriza, guidati dal signor Tsipras, che vogliono il default sul debito ma anche restare comunque nell’euro, appare una gigantesca mano di poker o qualcosa di simile alla scena clou di “Gioventù bruciata“. Come avrebbe dichiarato il numero due di Syriza, “la Ue ci supplicherà di accettare i soldi”. In assenza di intervento della Bce, saremmo in una condizione di pistola greca alla testa non tanto della Germania quanto di Spagna e Italia.

In tutto questo, menzione d’onore per Alberto Quadrio Curzio, che in una intervista al Giornale parcheggia l’astronave in doppia fila e riesce ad escludere un effetto-domino sull’Italia, vedendo come vittima immediata dell’uscita greca niente meno che il Portogallo. Qualcuno dovrebbe informare il professore che il Portogallo è poco più di uno sputo in un lago (con rispetto parlando), e che soprattutto ha copertura ufficiale di funding fino a settembre 2013, mentre il nostro paese ogni mese gioca alla roulette russa con le aste dei titoli di stato. Perché circa il 40 per cento del nostro debito è posseduto da non residenti, ricordiamolo. E’ in calo rispetto allo scorso anno, ma solo perché le due aste straordinarie triennali della Bce hanno permesso alle nostre banche di comprare il nostro debito in asta, aumentando la quota posseduta da residenti. Per la Spagna, tale quota è intorno al 55 per cento. Non se ne esce.

Tra le altre menzioni d’onore della giornata, una cumulativa a quanti scrivono e pensano che le reiterate sconfitte elettorali di Angela Merkel nelle elezioni regionali siano il segno che il popolo tedesco è ansioso di pagare i conti dell’eurocrack. Un’altra al presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che oggi si è esibito nella relazione annuale della commissione con parole e musica di Giulio Tremonti, il suo vate, e lo ha fatto confermando la stessa profondità analitica del tributarista di Sondrio, sostenendo che l’uscita della Grecia dall’euro (toccatevi)

«E’ più un’ipotesi di scuola che un’ipotesi reale»

Ma anche in termini filosofico-sociologici Vegas si dimostra degno allievo, e merita la riproduzione quasi integrale:

«In Europa cresce l’insofferenza nei confronti della ‘dittatura dello spread’, vista come ostacolo alle aspirazioni dei popoli. I cittadini non accettano di pagare per scelte cui non sono chiamati a decidere. La crisi fa vacillare le nostre certezze. Il livello di benessere, l’equità sociale, il futuro delle nuove generazioni sono messi in discussione. Occorre domandarsi se ciò dipenda da una condizione reale o se, come ci ricorda Epitteto ‘quel che turba gli uomini non sono le cose, bensì i giudizi che essi formulano intorno alle cose‘»

«Oggi le nostre paure sono sintetizzate in un numero, che oggi è rappresentato dallo spread. Lo spread si basa sui fondamentali dell’economia. Tuttavia incorpora un giudizio di valore sintetico e soggettivo che, spesso, li travalica. Per questo affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri che discendono da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all’assunzione delle decisioni che ci riguardano. Un diritto messo in pericolo dallo spread, che dipende in sostanza dalle scelte di un soggetto invisibile, il mercato e che attribuisce ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, nei fatti vanificando il principio del suffragio universale.
Per svincolarsi dalla dittatura dello spread, bisogna guardare ai fondamentali economici e operare per renderli più solidi, rivedere il ruolo del pubblico nell’economia, ma anche non ignorare i fattori positivi che esistono. Oggi più che mai c’è bisogno di fiducia. Senza di essa non possono esistere le istituzioni, le imprese, il mercato finanziario»

A margine di questo pippone sociologico, non prima di aver segnalato che il presidente della Consob ha annunciato al mondo di aver individuato “carenze organizzative” delle agenzie di rating (che è un po’ come il bue che dice cornuto all’asino) noi possiamo solo auspicare che i regolatori facciano la loro parte per consentire al pubblico di recuperare la mitologica “fiducia”. Alla quale non giova certo scoprire, a intervalli regolari, che società quotate sono state letteralmente spolpate da indisturbati gruppi di controllo, che da esse hanno estratto ogni sorta di beneficio privato, fino al punto di ridurle a sagome cartonate. Serve fiducia del mercato ma non dimenticando che il mercato, come direbbe Vegas, svuota di senso il suffragio universale. Abbiamo le classiche vertigini metafisiche che ci colgono quando leggiamo Tremonti. O forse è un calo di zuccheri. Ma la trasformazione di Vegas in un ibrido tra Alberoni e De Rita non ci stupisce: di tecnici ne abbiamo ormai troppi, in questo paese, qualcuno dovrà pur fare l’umanista.

Ultima segnalazione per questo nostro post, dell’aprile di due anni fa, che oggi un provvidenziale plugin ha estratto in modo beffardamente casuale dall’archivio di questo sito. All’epoca eravamo stati persino ottimisti, pensate:

«La prognosi è infausta e pare rafforzare la seconda opzione, la ristrutturazione del debito-default [greco], ad esempio ipotizzando un taglio del valore nominale dei debiti greci del 30-40 per cento»

«In caso di default, inoltre, le banche creditrici (in prima fila quelle tedesche e francesi) sarebbero costrette ad incassare pesanti perdite, con ovvie ridondanze sul sistema finanziario europeo, visto che il dissesto greco innescherebbe un effetto-contagio sugli anelli deboli della catena che andrebbe a sommarsi all’effetto sistemico: banche tedesche che posseggono titoli greci si indeboliscono e contagiano banche italiane, che “non parlano inglese” e neppure greco, ma in compenso posseggono titoli di banche tedesche, e così via. In breve, rischieremmo di finire con un sistema bancario europeo schiantato e devastanti impatti sull’economia reale, causati dall’inevitabile stretta creditizia che da questo evento deriverebbe»

«Come uscirne? Questa vicenda, oltre che della storia dell’Unione europea, diverrà anche un capitolo dei manuali di teoria dei giochi. Quello che oggi sembra evidente è che la scelta è tra un danno ed una catastrofe, ma non scommetteremmo sulla capacità della politica di approdare al primo esito»

Amen.