Eurosceneggiatori, tra moralismi e false inferenze

Ieri l’Associazione bancaria italiana ha reso noto che a marzo i depositi esteri presso le banche italiane erano inferiori del 20 per cento rispetto allo stesso mese del 2011. La tendenza pare quindi in accelerazione rispetto a febbraio, quando la flessione tendenziale era del 16 per cento. Alla base di questo movimento potrebbe esserci la decisione, da parte delle aziende estere operanti nel nostro paese, di evitare di avere troppa liquidità sul sistema bancario italiano. In altri termini, appena i conti correnti si gonfiano di liquidità, la stessa prende la strada della casa-madre.

E’ l’ulteriore segno della spinta centrifuga che sta disgregando il sistema bancario europeo, con la liquidità che esce dalla periferia e si dirige verso il centro, beneficiando i tedeschi e le loro banche con rendimenti nulli sui Bund e gonfiando la massa monetaria del paese. Da una dinamica di questo tipo sarebbe sin troppo facile (sta già avvenendo, in realtà) trarre le abituali inferenze moralistiche sulla inaffidabilità del nostro paese (in ottima compagnia, peraltro), punito per la sua pluriennale dissipatezza. Le cose non stanno in questi termini. I capitali defluiscono perché spaventati dalla assoluta insipienza delle autorità europee a gestire la crisi, che sta inesorabilmente serrandosi al collo dell’Eurozona.

E’ la liquidità che ha diritto di vita e di morte, beneficiando e punendo i paesi ben oltre i loro effettivi meriti e demeriti, ritirandosi e affluendo a seconda delle minacce e delle opportunità che il quadro di mercato offre. Nel caso dell’Eurozona ormai non è più possibile discernere meriti e demeriti dei singoli paesi: la distorsione avvolge l’intero continente, nel male come nel bene (vedasi rendimenti in Germania). Eppure, si continuano a leggere stralunate “analisi” di matrice teutonica (ma compiute da italiani), secondo le quali livelli dei rendimenti di mercato e spread sarebbero la sanzione suprema di vizi e virtù. Questi Stranamore della logica e della finanza sono convinti che il Bund decennale renda meno dell’1,5 per cento e lo Schatz biennale lo 0,06 per cento perché la Germania è un gioiello economico che funziona perfettamente, ha avanzi di bilancio pubblico ampi e crescenti e sta quindi per rimborsare tutto il proprio debito, rendendolo roba da collezionisti e proprio per questo sempre più caro. Ma quando mai.

Basterebbe ricordare cosa accadeva nel 2007-2008, quando la Grecia continuava ad essere dissipata, l’Italia a non crescere e la Germania ad essere un gioiello da mostrare orgogliosi agli alieni in visita sul pianeta. I differenziali di rendimento tra paesi erano pressoché nulli malgrado quelli tra rating fossero relativamente ampi. Il motivo era (ed è) molto semplice: i mercati pensavano che l’Eurozona fosse una entità indissolubile, e che proprio per questo motivo non esistessero differenze rilevanti nel merito di credito dei singoli sovrani. Era l’epoca della Grande Atarassia, il Nirvana dei mercati, volubili e mentitori. Avreste trovato qualcuno, all’epoca, disposto ad affermare che il nostro paese e la Grecia erano gestiti come la Germania? Quella dinamica era un contagio, sia pure benefico. Ora siamo nel mezzo di un contagio avverso e potenzialmente esiziale. Ma come ben sapete, il contagio non esiste.

Gli spread non sono sanzioni morali, né nel bene né nel male, fatevelo entrare in testa. Gli spread sono l’equilibrio pro-tempore vigente concesso dai mercati, in base al contesto generale ed alle percezioni di una realtà che viene quotidianamente ricostruita in milioni di scambi. Chi insiste oggi a dare letture “sanzionatorie” individuali agli andamenti di mercato è destinato a fare lo sceneggiatore cinematografico, da grande. Può fare il pieno in sala di spettatori adoranti che lanciano gridolini di consenso, ma la realtà è altra ed altrove.

Allo stesso modo, tentare di vendere la bislacca tesi per cui la crisi originerebbe dal credit crunch bancario e non dalla criminale stretta fiscale a cui l’Eurozona è sottoposta da anni è pura dissociazione mentale. La stretta fiscale manda l’economia al tappeto, quindi le sofferenze crescono, le banche subiscono deflussi di depositi e per soprammercato la pressione regolatoria le costringe a tagliare gli attivi, cioè a chiedere rientri e a smettere di prestare, alzando al contempo drammaticamente il costo del credito per riflettere la maggiore rischiosità dell’ambiente economico ed il maggiore costo della provvista.

E’ un autostrangolamento letale, che poggia sulla recessione patrimoniale (cioè sulla crisi di debito) e di essa si alimenta, in un infernale circolo vizioso. Eppure basta poco, che ce vo’? Le banche vanno male? Fatele comprare da qualche straniero e il sole sorgerà più splendente che pria, come il fulgido esempio spagnolo sta già mostrando. Denunciate al mondo che siamo in un credit crunch in cui le banche hanno ormai smesso di prestare o lo fanno a costi proibitivi, ma un secondo dopo chiedete a gran voce la “normalizzazione” dei tassi d’interesse, cioè il loro aumento, ché sennò si formano le bolle e il malinvestment, signora mia. Invocate a gran voce l’austerità e i popoli dovranno assoggettarvisi, sennò li bolleremo di parassitismo, anche quando saranno sull’orlo del baratro e della fame.

E non dimenticate: il mercoledì sconto sul biglietto.

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