Tuffo spanciato con autoavvitamento

Resi noti oggi da Istat i dati relativi al conto economico delle Amministrazioni pubbliche del primo trimestre 2012. Brutti numeri, anche se letti con tutte le cautele del caso. Ma, soprattutto, la conferma del circolo vizioso in cui regolarmente finiscono paesi sottoposti ad una austerità violenta ed al voto di sfiducia dei mercati, colpevoli o innocenti che siano.

Sul piano metodologico, i dati vanno letti essendo consapevoli che si tratta di rilevazioni “grezze”, cioè non depurate da “fattori legislativi, consuetudinari, meteorologici, ecc.”, per usare il caveat di Istat. Questo essenzialmente significa che esiste una forte e non corretta stagionalità su base trimestrale, quindi i confronti vanno fatti rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Anche così, non c’è garanzia di avere un raffronto tra periodi perfettamente omogenei (basti pensare alla mancata correzione per giorni lavorati, solo per fare un esempio), ma è comunque possibile trarre alcune inferenze dotate di un qualche senso.

Il primo trimestre dell’anno è tradizionalmente il peggiore per i conti pubblici, e lo si vede chiaramente. Riguardo il contributo al saldo finale, balza all’occhio che la spesa per retribuzioni del settore pubblico cala in valore nominale dell’1 per cento sull’anno, mentre le voci “consumi intermedi” e “prestazioni sociali in denaro” crescono meno dell’inflazione, al 2,3 e 2,5 per cento. Ma il vero salasso è la voce “interessi passivi”, che esplode di 1,6 miliardi di euro, pari al 16 per cento sull’anno precedente. Dove si vede plasticamente che l’aumento del costo del nostro debito ha colpito molto duro. Questi aumenti di spesa trovano parziale compensazione nel crollo delle spese in conto capitale, scese nell’anno di oltre due miliardi di euro. Antica storia: le spese correnti (retribuzioni, welfare) non sono facilmente né rapidamente comprimibili, e quindi per correggere i conti pubblici si tende a sacrificare gli investimenti pubblici e/o alzare le imposte. Tutto come da copione: lo segnalò anche Mario Draghi, mesi addietro.

Dal versante delle entrate, imposte dirette ed indirette flettono rispettivamente dello 0,5 e 0,9 per cento tendenziale, il che non è malissimo, visto l’andamento del Pil nominale. Oppure (a seconda dei punti di vista) è malissimo, visto l’andamento del Pil, perché gli stabilizzatori automatici sono stati parzialmente soppressi per inseguire contro vento (contro uragano, sarebbe più appropriato dire) l’equilibrio dei conti pubblici. Quanto conta essere austeri in tempo di pace. Quasi quanto è potenzialmente letale esserlo in tempo di guerra, cioè di crisi del debito sovrano. Ma non abbiamo soverchie illusioni che questo concetto possa entrare in testa ai soliti noti. Alla disfatta delle entrate contribuiscono robustamente quelle in conto capitale, tra le quali sono presenti i capital gain, che semplicemente sono capital loss, visto l’andamento dei mercati rischiosi.

Morale? I prossimi tre trimestri saranno decisivi e “certamente” migliori. Speriamo non lo siano solo per pattern stagionale ma anche per dato di realtà, anche se la congiuntura non autorizza a sperare più di tanto. La spending review, che per definizione serve a rettificare i saldi dal versante della spesa, dovrà farsi carico di una correzione sostanziale, per riportare i saldi a livelli di sicurezza (si fa per dire). Il tutto avendo presente (ripetiamolo alla nausea e fino ai confini dei conati di vomito) che, in una recessione così profonda, riduzioni di spesa pubblica non compensate da riduzioni delle imposte finiscono con l’avere un effetto perverso sulla domanda aggregata, avvitandola.

Ma, visto che la crisi apre buchi “spontanei” di bilancio pubblico, i tagli vanno a colmare i nuovi buchi. E, ovviamente (ma non per tutti), per avere margini per ridurre le imposte servirebbero tagli di spesa agli steroidi. Per essere chiari e comprensibili, “tagli di spesa” vuol dire welfare e stipendi pubblici. Tutto si può fare, l’importante è mettere in conto alcune lievi resistenze all’impresa. E la specifica congiuntura, dimenticavamo.

Paghiamo oggi (con un esecutivo ed un premier per definizione incolpevoli) l’inerzia parassitaria di chi non ha saputo/voluto riformare dalle fondamenta il sistema quando ancora c’era una parvenza di crescita. I nomi dei responsabili è inutile farveli, giusto?

P.S. Tagli di spesa vorrebbe anche dire lotta alla corruzione, o meglio compliance individuale spontanea, ma siamo in Italia, dopo tutto.

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