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Altro giorno, altra tornata di tagli ai tassi d’interesse: la Cina lima il tasso sui prestiti di 31 punti-base, portandolo al 6 per cento, e quello sui depositi di 25 punti-base, al 3 per cento, replicando la mossa dell’8 giugno, per la quale si era atteso ben tre anni. Qualcuno potrebbe pensare che la People’s Bank of China stia panicando di fronte a dati dell’economia reale in deterioramento accelerato.

Interessante anche il fatto che le banche commerciali cinesi avranno la catena un po’ più lunga nelle politiche di credito, e potranno prestare praticando un tasso minimo pari al 70 per cento del tasso ufficiale, anziché al precedente 80 per cento. In altri termini, le banche cinesi potranno tentare di rubarsi clienti (quelli meritevoli di credito) facendo loro pagare il denaro un minimo del 4,2 per cento. Queste decisioni metteranno feroci pressioni sui margini delle banche cinesi, proprio nel momento in cui arriva l’onda di piena di crediti immobiliari inesigibili. Auguri.

Anche la Bank of England taglia, ma in modo non convenzionale, aggiungendo alti 50 miliardi di sterline ai propri acquisti di titoli di stato, portando il totale a 375 miliardi di sterline. Questo non servirà a fare uscire il paese dalla recessione, ma almeno eviterà che la crisi si approfondisca (forse).

Taglia anche la Bce di Mario Draghi: tasso-chiave al minimo storico di 0,75 per cento, che si riverbera sul costo della liquidità triennale offerta alle banche, e tasso sui depositi presso la Bce a zero. Durante la conferenza stampa, Draghi ha specificato che, anche se non c’è pre-commitment, i tassi negativi fanno parte dello strumentario non convenzionale delle banche centrali. E, da qui in avanti, la Bce non ha altri strumenti che quelli non convenzionali. Forse il mercato si è spaventato e ha cominciato a vendere di tutto, dall’euro alla periferia alle azioni, proprio temendo che la Bce impiegherà troppo tempo per giungere a tali misure. Fate presto (cit.)

E infatti, la banca centrale danese non se lo è fatto ripetere due volte, portando il tasso sui propri depositi a meno 0,2 per cento (da più 0,05 per cento), per tentare di contrastare gli afflussi di capitali spaventati dalla crisi dell’Eurozona e per impedire che la corona si rafforzi troppo contro euro rispetto alla ristretta banda di oscillazione perseguita dalla banca centrale di Copenhagen. Per dare la misura, nel solo mese di giugno le riserve valutarie della Danimarca sono cresciute di quasi il 2 per cento, cioè di 9,2 miliardi di corone, a 511,6 miliardi di corone. E notate anche che il paese ha un sistema bancario duramente colpito dallo scoppio di una enorme bolla immobiliare (oggi i prezzi sono mediamente inferiori del 25 per cento ai picchi visti nel 2007, e la strada in discesa pare ancora lunga), e le banche hanno congelato il credito, preferendo tenere i soldi presso la banca centrale. Continueranno a farlo anche ora, a tassi negativi?

In queste condizioni vi aspettereste fughe di capitali dalla Danimarca a causa di un sistema finanziario indebolito, giusto? Invece no, i soldi entrano copiosi, perché il paese e piccolo e l’Eurozona mormora. Ah, quanto contano i fondamentali, signora mia, disse la casalinga di Valencia osservando oggi il quieto massacro dei Bonos spagnoli, con il decennale che si riavvicina al 7 per cento, il che non è male per un paese con fondamentali migliori di quelli italiani. Perché, vedete, la Spagna potrà anche avere fondamentali migliori dei nostri (ma non li ha, state sereni), ma in questo contesto sono sempre e solo i mercati a determinare vincitori e vinti, come dimostra la vicenda della piccola Danimarca in crisi da sboom immobiliare ma “elvetizzata” dai mercati per demeriti altrui. Una variabile da tenere in stretta considerazione, al bar degli economisti e dei politici.

Come si chiude questo post? Nel modo più banale possibile: la crisi continua.

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