Vite low cost

Oggi sul Ft c’è un commento dello strategist canadese David Rosenberg, ex Merrill Lynch e non esattamente un epigono del dottor Pangloss. Degli Stati Uniti che crescono poco e nulla, malgrado anni passati con un rapporto deficit-Pil intorno al 10 per cento abbiamo detto più volte, così come di una Fed che ormai sta arrampicandosi sugli specchi per stimolare l’economia, e si accinge forse a tentare il terzo episodio dell’easing quantitativo o una communication policy che affermi che i tassi resteranno a zero “almeno fino” al 2015 anziché al 2014. Sarà interessante chiedersi cosa accadrà quando gli Stati Uniti dovranno fatalmente mettere mano al deficit, l’anno prossimo o giù di lì.

Secondo Rosenberg (e non solo lui) parte del rallentamento si deve alla elevata incertezza sulle variabili fiscali, energetiche e di politica sanitaria degli Stati Uniti, oltre alla crisi europea ed al rallentamento cinese. Ma non solo: un ruolo importante nell’atteggiamento prudente dei consumatori lo starebbe giocando l’enorme colpo che la crisi ha inflitto alla ricchezza privata. Secondo la Fed, dal 2007 al 2010 la ricchezza mediana delle famiglie americane è diminuita del 37 per cento. Parte di quel calo, quella legata al mercato azionario, è stata recuperata, ma quella derivante dal mercato immobiliare difficilmente lo sarà. Le famiglie statunitensi, come noto, stanno tentando di rientrare dall’ubriacatura di debito degli ultimi anni, e questo deleveraging è testimoniato anche dalla riduzione del rapporto tra debito e reddito disponibile, passato dal 134 per cento del 2007 al 114 per cento attuale.

Questo è il punto: una crisi da eccesso di debito non si risolve in tempi rapidi. E le cicatrici (o quelle che Rosenberg chiama “scosse di assestamento”), sono destinate a durare a lungo. Per Rosenberg colpiranno soprattutto i baby boomers, i soggetti che hanno intorno a 55 anni che si ritroveranno a fare i conti con un effetto-ricchezza negativo, e che in alcuni casi si sono trovati costretti ad attingere anzitempo ai risparmi previdenziali. La conseguenza di questo impoverimento dei baby boomers è bene elencata da Rosenberg: rinvio del pensionamento, ricerca di un secondo lavoro, consumi basati su prodotti non di marca (private labels) e sull’equivalente dei nostri hard discount, rinvio della sostituzione dell’auto e di altri big ticket items (elettrodomestici, arredamento) ridimensionamento dei bisogni immobiliari, una generale frugalità che inevitabilmente causerà riduzione del trend dei consumi e rallentamento della crescita, con implicazioni disinflazionistiche perduranti. Il che significa tassi di crescita di economia e mercato azionario molto blandi, e rendimenti “giapponesi” per lungo tempo.

Ma le minacce alla crescita vengono anche da un’altra coorte anagrafica, quella opposta ai baby boomers: gli studenti. Anche negli Usa la crisi sta determinando un aumento della disoccupazione giovanile, a cui non sfuggono i laureati. Su questi ultimi, tuttavia, pesa il debito contratto per finanziare gli studi, che ha raggiunto il livello medio di 25.000 dollari e sta suscitando numerose iniziative, anche legislative, per ridurne l’onerosità. I laureati che arrivano sul mercato del lavoro, si trovano oggi a dover accettare impieghi meno retribuiti che in passato e, con il peso del debito per istruzione, si trovano già fortemente limitati nei propri comportamenti di consumo.

Non a caso stanno moltiplicandosi iniziative e suggerimenti per alleviare l’onere del debito, da cancellazione parziale a tetti ai tassi d’interesse fino a ipotesi più innovative quali quella, tra gli altri, di Luigi Zingales (che riprende Milton Friedman), dove gli investitori finanzierebbero l’istruzione non attraverso debito ma ricevendo una frazione del futuro reddito dello studente, o meglio una frazione dell’incremento di reddito che deriva dall’aver conseguito un’istruzione universitaria.

Questa “azione a tenaglia” del debito su giovani e pensionandi minaccia di tagliare le gambe al potenziale dell’economia statunitense ancora per molti anni a venire. E se l’America non cresce, e l’Europa è a sua volta impegnata a gestire un eccesso di debito frutto di uno sboom immobiliare oltre che autoalimentato dall’austerità, non si prevede un futuro particolarmente luminoso.

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