Ora sono CACs vostre

In un post sul suo blog, Marcello Foa discute in modo molto sobrio (già a partire dal titolo) di un argomento che da qualche mese furoreggia sui forum internet più inclini al cospirazionismo: l’inserimento, nei titoli di stato di nuova emissione e scadenza superiore all’anno, delle clausole di azione collettiva (per gli amici, CACs), ai sensi e per gli effetti del trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES per noi italiani, ESM per gli anglofoni), così come recepito dalla nostra legislazione nazionale. Foa pare non aver chiari alcuni punti della norma, ma questo non è rilevantissimo ai nostri fini. Che sono altri, sul piano divulgativo e demistificatorio.

Spiega (si fa per dire) Foa:

«(…) il decreto 96717 del Ministero dell’Economia e delle Finanze (il quale riprende una norma del Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) sottoscritto dai 17 paesi dell’Eurozona), stabilisce che i risparmiatori che dal 2013 hanno investito in titoli di Stato possano essere soggetti a una decurtazione di capitale esattamente come è successo in Grecia. E mica di poco: Le percentuali sono a seconda dei casi 75%, 66 e 2/3%, e in alcune occasioni 50%»

In realtà le cose non stanno in questi termini. Le percentuali citate da Foa non sono le entità di decurtazione (haircut) dei titoli di stato, ma le maggioranze qualificate di creditori necessarie per procedere a modifica (con validità erga omnes) del regolamento di emissione di un titolo di stato. Per convincersene, basta leggere il testo del decreto 96717 del MEF (segnatamente il punto 2, “Modifiche ai titoli“), oltre ad avere un minimo di dimestichezza con la prassi e la norma delle CACs. A onor del vero, Foa coglie il senso delle CACs nel paragrafo successivo a quello riportato, ma resta che quelle percentuali non sono di decurtazione, manco per idea. La decurtazione, ove avvenisse, potrebbe anche essere superiore al 75 per cento, per quel che ne sappiamo. Ma transeat.

Quello su cui occorre soffermarsi a riflettere è invece la frase in grassetto utilizzata dal giornalista

«I Btp ed i Cct non sono più sicuri. Con una forte disparità informativa»

Perché Btp e Cct non sarebbero più “sicuri”? Perché hanno formalmente attaccate, nel regolamento di emissione, delle CACs? Stiamo scherzando? Il fatto di non avere clausole di azione collettiva impedirebbe forse all’emittente di procedere a decurtazioni del loro valore nominale o a modifiche di altre condizioni del prestito? Manco per idea: questa eventualità accadrebbe lo stesso, all’occorrenza. Forse Foa si rassicura dell’assenza di febbre (ed altre patologie gravi o gravissime) del paziente in base all’assenza di termometri ed altri strumenti diagnostici?

Quanto alla presunta mancanza di informazioni, che Foa definisce cripticamente come “disparità informativa” (di chi rispetto a chi?), essa semplicemente non esiste: i testi di legge sono pubblici, si narra. Ci sono le CACs sui nuovi titoli di stato italiani? Si, e quindi? Che cambia in caso di dissesto del Tesoro italiano? Nulla, se non che ora è più semplice giungere a ristrutturazione ordinata, anche se sempre dolorosa per i creditori.

Nella norma c’è anche una cosetta sfiziosa: le CACs possono prevedere che si voti per modificare la valuta di denominazione di una emissione di debito pubblico. Serve una supermaggioranza di creditori, pari al 75 o al 66 2/3 per cento del valore aggregato dei titoli circolanti, a seconda che la decisione sia presa in assemblea o per mezzo di risoluzione scritta. E’ come per l’autoradio, in fondo: c’è la “predisposizione” per il ritorno a valute nazionali, se qualcosa andasse storto. E c’è anche un diavoletto nascosto in questo dettaglio, non legato alla valuta ma ad una eventuale decurtazione del valore nominale (o, più in generale, del valore attuale netto) dell’emissione pubblica: se noi italiani ci ricompriamo il debito dagli stranieri in misura non inferiore al 75 per cento, “nazionalizzandolo”, come a volte si sente invocare in improvvisi scoppi di gagliardo patriottismo, potrebbe essere più semplice per il nostro governo procedere a modifiche del regolamento del prestito, per renderlo meno oneroso. Che poi, è quello su cui vi mettevamo in guardia tempo addietro. Magari con creditori stranieri l’operazione non riesce così agevolmente. E già a Paolo Savona brillano gli occhi.

Come che sia, non perdete il sonno sulle CACs. I default accadono, da quando esistono i debiti. Il fatto che i nostri titoli di stato (e quelli di tutti gli altri paesi dell’Eurozona) ora contemplino esplicitamente questa eventualità, cambia poco e nulla le nostre già inquiete esistenze.

Aggiornamento del 17 settembre 2013 – Il buon Foa, constatata la castroneria asserita con la percentuale di maggioranza qualificata scambiata per decurtazione dei titoli di stato (chissà in che modo? Ah, saperlo), edita il post rimuovendone la parte più comica. La stampa anglosassone, di solito, in questi casi mette un edit in calce al post, spiegando l’errore e scusandosi coi lettori. Noi vi omaggiamo della versione originale di quel post. Per le scuse dell’autore ci sarà da attendere, pensiamo.

CACsate

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