Incastrati in comode rate

Oggi e domani, a Dublino, un vertice informale dell’Eurogruppo dovrebbe fare il punto del salvataggio cipriota ma, soprattutto, decidere ulteriori agevolazioni finanziarie per Portogallo ed Irlanda. E’ il solito copione, già visto più volte: le previsioni sono sistematicamente errate per eccesso di ottimismo ed alla fine si giunge, a colpi di aggiustamenti successivi, ad accomodare margini di manovra per evitare che il malcapitato paese si schianti. Ma il punto vero è che ci stiamo avvicinando a scoprire se le OMT di Mario Draghi sono solo un bluff o se vengono tenute in serbo per non meglio precisati “altri momenti”.

Nel documento di discussione preparato dalla Troika per i ministri dell’Eurogruppo vi sono alcune ipotesi di allungamento delle scadenze di rimborso dei prestiti di emergenza ricevuti da Irlanda e Portogallo. La soluzione prescelta sarebbe quella dei sette anni di proroga, anche se nulla si dice (ancora) riguardo una eventuale riduzione del tasso di interesse applicato sui finanziamenti ufficiali ai due paesi. Per il Portogallo, che dovrebbe tornare a camminare da solo sui mercati da metà 2014, c’è tuttavia un serio problema: il paese ha delle importanti “gobbe” di fabbisogno nel 2014 e 2015, addirittura superiori agli importi che Lisbona raccoglieva sui mercati prima della crisi, quando peraltro aveva un rating investment grade che ora ha perso.

Perdere un rating investment grade, per un sovrano, vuol dire perdere una base di investitori stabili, che di solito per statuto non possono comprare debito che sia sotto la soglia della tripla B. Il Portogallo, nei mesi scorsi, aveva illuso gli osservatori riuscendo a ripresentarsi sul mercato con un’asta di concambio lo scorso ottobre e con la riapertura a gennaio per sei miliardi di euro di un titolo di stato a scadenza 2017. Ma questi sono stati episodi, e soprattutto hanno attratto investitori “problematici”, quali hedge fund o altri asset manager “opportunistici”, allettati non solo dall’elevato rendimento ottenibile, ma anche dalla possibilità che il Portogallo non sarebbe comunque stato fatto fallire. Questo è un elemento da tenere in assoluta considerazione, nell’attuale contesto politico europeo: c’è sempre un’azione dell’ultima ora o dell’ultimo minuto che riacciuffa per i capelli la situazione ed impedisce che la barca si rovesci.

Ricordate cosa è accaduto con l’ultimo salvataggio della Grecia, che di fatto ha visto ridurre a livelli simbolici il proprio esborso annuo per interessi sui prestiti della Troika, poiché l’interesse è stato tagliato aggressivamente e le scadenze allungate. A questo punto, per il Portogallo si preparerebbe un déjà vu. Ovviamente, non stupisce che i termini del salvataggio debbano essere rivisti ed attenuati significativamente: il deficit deborda, la crescita è assente (o meglio, la decrescita è aggressiva), il sistema bancario fuori uso o gravemente incapacitato, e la sequenza si ripete. E’ importante segnalare che la Banca centrale europea non ha finora suggerito di potere azionare le OMT, malgrado il Portogallo sia un candidato all’intervento. Ma già tempo addietro Draghi aveva raffreddato gli entusiasmi affermando che le OMT erano attivabili solo per paesi che hanno comunque accesso ai mercati finanziari. Il che è piuttosto contraddittorio, a ben vedere.

Poiché siamo in modalità “prova ed errore”, attendiamo gli sviluppi. Nel frattempo, per non smentire la ormai consolidata tradizione, pare che il contributo di Cipro al “salvataggio” del proprio sistema bancario possa salire da 7 a 13 miliardi di euro. Il che significa, escludendo improbabili “privatizzazioni”, che esiste una elevata probabilità che i depositanti non assicurati di Laiki e Bank of Cyprus dovranno sputare fuori molti altri soldi. A questo riguardo, segnaliamo un commento dell’editorialista e blogger economico di Reuters, Felix Salmon, che risponde all’editoriale di Megan Greene su Bloomberg. Per Cipro i costi della permanenza in Eurozona sono ormai superiori a quelli dell’uscita dalla moneta unica, sostiene la Greene, pur non quantificandoli (e forse è meglio così, perché sarebbe una divinazione piuttosto spericolata). Forse è così, ribatte Salmon, ma siamo sicuri che l’uscita sia minimamente fattibile? Perché l’uscita non dipende solo dalla volontà del paese interessato: questa è un elemento di valutazione che si tende a scordare, quando si discute dell’argomento.

Cipro, argomenta Salmon, è un paese che importa pressoché tutto, e per pagare le importazioni servono mezzi di pagamento internazionalmente accettati. Una nuova valuta nazionale avrebbe bisogno di essere implicitamente garantita da riserve valutarie o auree della banca centrale cipriota. Ma tali riserve o non esistono, o sono in via di liquidazione per coprire i costi di salvataggio (come, pare, nel caso dell’oro cipriota, anche se vi sono state delle smentite governative). A questo punto, anche per fungere da garanzia della comunità internazionale, argomenta Salmon (e con lui il senso comune), a Cipro servirebbero nuovi debiti per far fronte agli impegni, e poter garantire le importazioni. Servirebbero, ad esempio, delle linee di credito dal Fondo Monetario Internazionale o dalla Russia. O dalla stessa Ue, a livello istituzionale o bilaterale con singoli paesi membri dell’Unione.

Ma la Russia sinora non ha fatto nulla, mentre la Ue non presterebbe mai ad un paese in uscita dall’euro, perché questo sarebbe il veicolo definitivo di contagio, quello che porterebbe alla distruzione di tutta l’Eurozona. Perché se esce uno, escono tutti: questo, alla fine lo hanno capito pure i tedeschi. Discorso pressoché analogo si può fare per il Fmi, che incorrerebbe negli strali e nei veti tedeschi, e non solo. Quindi, niente prestiti a Cipro, e niente possibilità di uscita dall’euro. Salmon sottoscrive le conclusioni di Megan Greene: se non sarà la Troika ad aiutare Cipro ad uscire dalla moneta unica, e ad oggi non vi alcuna evidenza di ciò, “i ciprioti saranno incastrati”, e potranno volgersi solo alla emigrazione di massa, una sorta di modello lettone agli steroidi.

A volte si tende a dimenticare che la convergenza all’euro è stato un processo cooperativo, ed a maggior ragione dovrà esserlo l’eventuale “deconvergenza”. Che potrà avvenire solo per l’intera Eurozona, sempre astrattamente parlando, e con altissimi rischi di caos. E si prosegue quindi, come minore dei mali, con le “comode dilazioni di pagamento”, che stanno per concretizzarsi anche per Portogallo ed Irlanda.

Update – Puntualissima, è arrivata la proroga di sette anni per Portogallo ed Irlanda. Quest’ultima potrebbe essere il primo paese a rompere il ghiaccio con le OMT di Draghi, trasformate in linea di credito precauzionale rispetto al ripristino del pieno accesso ai mercati.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!