Realtà sovrana

C’è un paese, nell’Unione europea, che ha un serio problema: le sue banche non prestano alle imprese, o prestano col contagocce. Non è una notizia, si dirà: accade in quasi tutta l’Eurozona, sono le conseguenze del danneggiamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria nei confronti del sistema creditizio, una delle innunerevoli iatture dell’euro. Questo è certamente vero, solo che il paese di cui parliamo non è nell’euro.

E’ il Regno Unito, che dispone della leggendaria sovranità monetaria, ed ha infatti in essere un programma di easing quantitativo di 375 miliardi di sterline, per acquistare Gilt, i titoli di stato britannici. Il paese ha anche in essere un programma di consolidamento fiscale che si muove con cautela, al passo di circa un punto di Pil annuo, quello che serve per evitare di affossare l’economia, e non ripetere le follie dell’Eurozona. Il paese, rimasto vittima dello scoppio della bolla immobiliare, è stato costretto a nazionalizzare ampia parte del proprio sistema creditizio.

E’ un sistema con fondamentali macroeconomici piuttosto peculiari: è riuscito a deprezzare pesantemente la propria valuta ma continua ad avere un ampio deficit di bilancia commerciale, frutto di un avanzo dal lato dei servizi, soprattutto finanziari, e di una voragine dal lato delle merci. Dall’inizio della Grande Crisi la disoccupazione è balzata da circa il 5 per cento a circa l’8 per cento e là è rimasta, malgrado tutti gli sforzi di rivitalizzare l’economia. Il Pil reale cresce poco e nulla, e si trova ancora ad un livello inferiore a quello di inizio crisi. Tutto malgrado la sovranità monetaria.

Come se non bastasse, nel paese esiste un credit crunch: le banche stanno riducendo i prestiti alle imprese, come illustra il grafico qui sotto (tratto dall’Economist), espresso in termini di variazione percentuale annua del credito erogato:

uk_biz_lending

A luglio dello scorso anno il Tesoro britannico e la Bank of England hanno cercato di agevolare il credito alle imprese, introducendo il Funding for Lending Scheme (FLS, qui una spiegazione per non specialisti), rinnovato ad aprile di quest’anno, per ridurre il costo del finanziamento per le banche e di conseguenza beneficiare i richiedenti credito, mantenendo il rischio di credito in capo ai prestatori. I risultati, ad un anno dell’avvio dell’esperimento, non sono soddisfacenti: le banche (segnatamente quelle nazionalizzate) sono impegnate a ridurre la dimensione dei propri bilanci e del proprio rapporto di indebitamento, mentre le imprese fronteggiano una congiuntura ancora complessivamente debole, che quindi tende a ridurre il fabbisogno di credito, sia per circolante che per investimenti fissi, soprattutto per le piccole e medie imprese, che in aggiunta tendono ad avere minori fonti di accesso al funding rispetto alle grandi imprese. Queste ultime, ad esempio, possono ricorrere al lancio di obbligazioni, a differenza delle PMI.

E quindi? Quindi abbiamo un paese monetariamente sovrano, che utilizza una politica monetaria non convenzionale e (in aggiunta) controlla una parte importante del credito nazionale, che si trova alle prese con un problema di credit crunch. Qualcosa non torna, non trovate? Eppure, sarebbe così facile stampare moneta al grido “riprendiamoci la sovranità monetaria!”, e lanciarla al popolo affamato, causando un boom senza precedenti. Il fatto stesso di disporre di banche nazionalizzate dovrebbe facilitare il compito, no? Orsù, si presti al popolo dolente, senza indugio! Eppure non accade. Strano. Davvero strano. Quanto è disfattista, a volte, questa maledetta realtà.

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