La spina di un sistema guasto

Oggi, nel corso della cerimonia del Ventaglio, al Quirinale, il presidente della Repubblica ha ricordato ai partiti (segnatamente a quelli che compongono la maggioranza di governo) che la situazione resta critica, e serve pertanto stabilità. Il problema è, come sempre nella storia italiana, che stabilità è termine di antica osservanza andreottian-democristiana, che in una depressione economica come l’attuale rischia di esserci fatale.

Giorgio Napolitano ha aperto il proprio intervento ricordando ai partiti che quello che “deve anche oggi avere il primo posto nella nostra attenzione collettiva, è la criticità delle condizioni economiche e sociali del nostro Paese”, ma ha anche puntualizzato che “la crisi è grave ma no a catastrofismi”. Subito dopo, forse ritenendo di essere stato troppo rassicurante, ha però ammonito che “se viene messa a repentaglio la continuità di questo governo”, “i contraccolpi a nostro danno, nelle relazioni internazionali e nei mercati finanziari, si vedrebbero subito e potrebbero risultare irrecuperabili”.

A dire il vero, il governo sinora si è limitato ad agire “per rinvio”, soprattutto sulle tasse, oppure con interventi al margine che non rappresentano in alcun caso una discontinuità, oltre a produrre aumenti striscianti di pressione fiscale, persino laddove i fabbisogni aggiuntivi risultano molto contenuti, come per la copertura decennale al Decreto del Fare, quantificata in 600 milioni di euro. Sul piano internazionale, Napolitano ritiene che il governo Letta, in soli due mesi e mezzo, abbia saputo guadagnarsi “riconoscimenti e apprezzamenti per la sua capacità di iniziativa e di proposta”. Può essere, ma se ci riferiamo ai fondi comunitari per la disoccupazione giovanile, esiste un’elevata probabilità che la maggiorazione di dotazione finanziaria (che resta del tutto insufficiente ma anche inefficace, se la policy macroeconomica europea non cambierà) sarebbe comunque avvenuta.

Bisogna certamente riconoscere che questo governo si trova ad agire in condizioni non solo molto gravi ma pure surreali. Ad esempio, è ostaggio delle pulsioni propagandistiche del Pdl. Il quale, dopo un decennio di miserabili fallimenti in politica economica, ha deciso che è giunto il momento di tagliare la pressione fiscale, senza fornire uno straccio di proposte di copertura, “perché quelle spettano a Saccomanni”; il quale però agli occhi del Pdl sbaglia qualunque cosa faccia, ad esempio quando ricorda che il Pil del paese continua a contrarsi, e pure con velocità di caduta in accelerazione, e quindi è difficile tagliare tasse quando si aprono nuovi buchi. Poi, il governo è destabilizzato dal cupio dissolvi del Partito democratico, che le spara assai meno grosse del Pdl ma è in campagna congressuale permanente e subisce pure una feroce forza centrifuga per opera di suggestioni a creare improbabili alleanze etico-gabelliere con Sel mentre c’è ancora qualcuno, tra i Dems, che si illude sia possibile creare alleanze con la setta chiamata M5S. Il tutto nella più completa assenza di proposte di politica economica che siano anche solo lontanamente praticabili e non rigorosamente confinate alla sfera onirica.

Troncare, sopire, mediare, in attesa delle elezioni tedesche. Che tuttavia saranno un non-evento a prescindere dagli esiti. Chiunque governi a Berlino, fermo restando che le dimensioni della crisi ormai impediscono di attuare interventi “risolutivi”, a meno di trasformare la Bce in una copia della Fed, nel 2014 si troverà sulla scrivania il dossier di una ulteriore ristrutturazione del debito greco, questa volta con costi a carico dei contribuenti europei, visto che i privati sono già stati colpiti, per ben due volte. Molto probabile un esito traumatico anche per il Portogallo dove in questi giorni, su spinta del presidente della Repubblica, si tenta la Grande Coalizione pur sapendo che servirà comunque a ben poco, e che potrebbe addirittura far precipitare la situazione.

Bisognerebbe tuttavia essere consapevoli che, pur avendo sinora fatto assai poco di sostanziale, il nostro governo è in grado di incidere poco sulla realtà, dati i vincoli “esterni” di cui sopra; e se pure riuscisse a produrre provvedimenti razionali e mirati sarebbe comunque un contributo del tutto limitato, visto che le forze che determinano la crisi o la stabilizzazione sono ben più forti di quanto un singolo paese riesca a fare, da solo. Tutto ciò premesso, il comportamento dei partiti italiani, in una simile contingenza, sembra indicare l’assenza più completa di consapevolezza della gravità della situazione o, più verosimilmente, un mix tra analfabetismo economico e cinismo elettoralistico, dove quest’ultimo trae comunque alimento dal primo.

Attendendo un’esile ripresa, sinora sempre spostata più in là nel tempo, in Eurozona prevale quindi una condizione di animazione sospesa, e questa condizione riguarda tutti gli esecutivi, soprattutto quelli di paesi in crisi profonda: Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Occorre farsi trovare istituzionalmente pronti e composti, quando “qualcosa” accadrà. Ecco perché Napolitano suggerisce che non è più tempo per gli stucchevoli tatticismi che da sempre minano questo paese di parolai compulsivi, guaritori da televendite ma soprattutto irriformatori irredimibili. Torna quindi la metafora un po’ logora della spina da non toccare, pur impreziosita da uno sferzante richiamo alla realtà, acerrima nemica delle rane di Fedro:

«Non ci si avventuri perciò a creare vuoti, a staccare spine, per il rifiuto di prendere atto di ciò che la realtà politica post-elettorale ha reso obbligato e per un’ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze cui si esporrebbe il paese»

Facciamo pure così, ma cerchiamo di avere anche consapevolezza che la spina alimenta un’apparecchiatura che semplicemente non funziona.

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