Accademia e disegnini

Una piccola precisazione per fatto personale. Che poi è personale e non lo è, riguardando l’essenza di quello che leggete su questi pixel quando si parla di economia.

C’è qualcuno che da molto tempo ha messo in giro la fiaba di Phastidio amante della spesa pubblica come toccasana dei nostri mali. Un Phastidio keynesiano, krugmaniano (troppa grazia!), ed al contempo (anzi, proprio per questo preciso motivo) non dotato degli strumenti “professionali” e “culturali” per riuscire ad andare oltre la chiacchiera da blog o da giornale. Questo qualcuno in realtà è un qualcuno collettivo: sono persone che appartengono ad un determinato contesto “culturale” e “professionale”. In questo non c’è (quasi) nulla di male, visto che le opinioni possono essere liberamente espresse.

Quello che infastidisce sono le banalizzazioni un po’ sciocche, l’incapacità di leggere quello che scrive l’interlocutore-bersaglio, le semplificazioni e le distorsioni del pensiero altrui. E’ possibile, e fors’anche probabile, che vi sia corresponsabilità in questa distorsione da etichettamento, a causa (ad esempio) di scarsa capacità di veicolare il proprio pensiero. Resta tuttavia che, in un paese come questo, se non si puntasse disperatamente sulle tassonomie non si riuscirebbe neppure a mappare, per proprietà transitiva, amici e nemici, come sperimentiamo quotidianamente nei sempre più frequenti e desolanti momenti su social network che sono diventati degli strumenti di ottundimento collettivo delle intelligenze.

Per comprendere come la si pensa da queste parti riguardo la crisi, e gli eventuali corsi d’azione, può quindi essere utile riprodurre un passaggio di un post, in cui dovrebbe essere chiaro cosa si intende, e con quali leve perseguirlo. Capita a fagiolo, peraltro, perché è un esempio basato sì sul deficit ma un deficit fatto di tagli d’imposta e non di aumenti di spesa pubblica. Più offertista di così:

Dunque, funziona così: se c’è crescita economica, ci sono risorse fiscali spendibili. E’ questo il momento in cui vanno fatte le riforme “di struttura”, come si può intuire. Ma questo è anche il momento in cui i governi tirano i remi in barca e fanno propaganda su quanto sono bravi a guidare il paese nel mare procelloso dei nostri tempi, e via convegni e baracconate televisive. Per contro, quando ci si trova in una crisi esistenziale, da eccesso di debito in un contesto reso depresso e depressivo da strette fiscali e credit crunch, che fare? Alesina e Giavazzi riconoscono, come già fatto da Penati un anno addietro, che serve fare deficit per sostenere la domanda, mentre in parallelo si avvia la ristrutturazione del sistema economico, cioè ci si occupa della offerta.

Perché le due dimensioni (domanda ed offerta), ora dovrebbe essere sufficientemente chiaro, non possono mai essere disgiunte. E’ consolante che anche Alesina e Giavazzi ci siano arrivati, alla fine, accantonando (almeno per oggi, per i prossimi giorni vedremo) idee fantasiose sul taglio immediato di spesa che finanzia altrettanto immediati tagli di imposte, e vissero tutti felici e contenti. Sfortunatamente non accadrà praticamente nulla, ora che abbiamo preso coscienza di questa verità. O forse sì, qualcosa accadrà: ad esempio, prendere atto che essere rientrati nel mitico 3% di deficit-Pil, in questo periodo storico, è una camicia di forza senza reali contropartite. Ecco qualcosa su cui riflettere e, in caso, discutere in Europa.

Meglio, così? Domanda e offerta, combinate. Non c’è traccia del keynesismo caricaturale brandito da molti prestigiosi accademici, diremmo. Anzi, c’è l’ipotesi di deficit da taglio di imposte non coperto, che sembra quasi una forma di lafferismo, per gli amanti delle tassonomie ossessivo-compulsive. E c’è la considerazione che i vincoli contabili di deficit, come attualmente impostati in Europa, non servono a nulla. Anzi, sono forme di autolesionismo. Curiosamente, tutti i nostri maggiori editorialisti accademici sono giunti a questa posizione dopo ritardi di percezione più o meno variabili ma comunque non brevi.

C’è in tutto ciò un problema di inconsistenza temporale nel senso che, quando l’economia riparte, addio riforme? Si, c’è, certamente. Ma non è un problema più grave di quello evidenziato da chi insiste ossessivamente a dire che bisogna “tagliare la spesa e tagliare le imposte”, senza considerare (a sua volta) gli effetti di transizione di simili manovre. Perché purtroppo il mondo è fatto di soggetti più o meno senzienti e di assemblee più o meno rappresentative che sono terribilmente fallibili ed hanno la sgradevole tendenza a non ascoltare i precetti degli economisti. Accade ovunque, pensate. Persino in paesi-modello o presunti tali, come gli Usa ed il Regno Unito.

In sintesi, leggere quello che gli altri scrivono è sempre utile. In caso di mancata comprensione, porre domande è ancora più utile, anche perché potrebbe trattarsi di difficoltà a comunicare correttamente il proprio pensiero. Quello che non è utile sono strategie di discredito basate su distorsione della realtà e rivendicazione di presunte (ma inesistenti, alla luce della realtà) “competenze” di lettura ed analisi dei fatti. Soprattutto provenienti da chi, sinora, è stato sistematicamente sconfessato dalla realtà della crisi ed ora è comprensibilmente nervoso per la propria credibilità professionale e “politica”, in caso abbia pure di queste velleità. Ma questo è solo un consiglio non richiesto, si intende. Sperando che la precisazione serva. Diversamente, al prossimo giro, proveremo con un disegnino.

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