Renzi, lo scouting del capo scout

Nell’intervista di inizio anno concessa da Matteo Renzi a Stefano Feltri sul Fatto, si intrecciano gli abituali tatticismi arabescati italiani (o più propriamente l’esprit florentin, per omaggiare il segretario del Pd anche in chiave etnica), ed alcune potenziali rotture di schemi, su scala che eccede quella nazionale. Il problema è ripulire le agende politiche dalla fiction.

Intanto, appare chiaro che Renzi vuole progressivamente “svuotare” il grillismo, come indicano i suoi continui riferimenti a quanto il M5S potrebbe essere utile a cambiare il paese, se solo scendesse da questo Aventino fatto di niet e suggestioni orwelliane all’amatriciana. Tra poco ci arriviamo. Renzi, per parte sua, critica i pentastellati per non volersi aggiungere a quanti, come lui, vorrebbero la trasformazione del Senato in camera della autonomie locali, una specie di Bundesrat dove siederebbero esponenti di regioni e comuni, rigorosamente “senza indennità aggiuntive”, per deliberare su materie che pertengono alle autonomie locali.

Renzi critica l’oltranzismo abolizionista grillino sul Senato, ma alla fine potrebbe e dovrebbe farsene una ragione, nel senso che il suo partito dovrebbe tentare questa modifica costituzionale con chi ci sta, ex articolo 138 della Costituzione e poi, non ottenendo la maggioranza dei due terzi, chiedere il parere degli italiani nel referendum confermativo. Passare il tempo a corteggiare e tentare di “convincere” i grillini ed i loro senatori ricorda molto lo scouting di bersaniana memoria, oltre a ballare sulle note di Grillo, che si diverte a rilanciare su ogni cosa perché dentro di sé sa che, se arrivasse effettivamente nella stanza dei bottoni, la realtà lo spazzerebbe via dopo poche settimane, o giorni.

Renzi critica il M5S anche per essersi opposto alla “abolizione” delle province, ma forse farebbe bene a ridestarsi e prendere coscienza che il ddl Delrio, che “demansiona” le province, riassegnandone le funzioni ad aree metropolitane e consorzi di comuni è un assoluto e completo salto nel buio, con rischi non marginali di esplosione di conflitti di competenze e sovrapposizioni di funzioni, con relativa moltiplicazione di costi operativi. Purtroppo da qualche anno in questo paese, forse come conseguenza dello stress della crisi, si è sviluppato un rigoglioso pensiero magico, fatto di proiettili di finto argento, che rischia di creare danni aggiuntivi ad una landa in via di desertificazione ed il cui assetto istituzionale è sull’orlo (ed anche oltre) di una crisi di nervi.

A parte ciò, prendendo atto con rammarico che, su questo tema, Renzi preferisce il pensiero magico ai fatti, due parole sui grillini. Allo stato attuale, e giunti a questo punto della legislatura, appare evidente che il M5S (o meglio, i suoi parlamentari) possono avere un qualche ruolo di watchdog nella vita pubblica del paese e non molto altro. Nel senso che possono strepitare, a volte con ragion veduta, a volte in modalità pavloviana, contro sprechi e disfunzioni nella gestione della cosa pubblica. Ma non possono fare molto altro e molto di più, se solo si allarga lo sguardo al “progetto” politico dei due capi supremi del movimento, quelli che non valgono né mai varranno uno. Il M5S potrà (forse) essere premiato elettoralmente, soprattutto in competizioni peculiari come le Europee, dove esiste un purissimo voto d’opinione che viene amplificato da bassa affluenza e sistema proporzionale puro.

Ma pensare che il M5S possa entrare al governo di qualcosa è pura utopia: si squaglierebbe come neve al sole della realtà. Ecco quindi l’idea di Renzi, che (ripetiamo) non è affatto inedita, di fare scouting o meglio di svuotare l’acqua dall’acquario in cui il grillismo nuota e si sviluppa. Scommessa pressoché dovuta, ma Renzi farebbe bene a non attardarsi troppo in questo tentativo, se vuole evitare di finire come chi lo ha preceduto. Per ora siamo ai tatticismi massificanti, quelli del “sono tutti uguali tranne me, ovviamente”:

E se Grillo rifiuta?
«Dovrei pensare che non riesce a convincere i suoi senatori a firmare una legge che serve a cancellare le loro 60 poltrone»

Altro punto centrale dell’intervista è, naturalmente, l’economia. Niente referendum di uscita dalla moneta unica (altro momento onirico-etilico di Grillo) ma qualcosa di differente, in termini di “rottura delle regole”:

II governo Letta continua a difendere il rigore e il rispetto del vincolo del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil. Lei ha criticato più volte quel parametro. In attesa di riformare i trattati, lei sarebbe disposto a violarlo?
«Se all’Europa proponi un deciso cambio delle regole del gioco, a partire dalle riforme Costituzionali, con un risparmio sui costi della politica da un miliardo di euro che non è solo simbolico, un Jobs Act capace di creare interesse negli investitori internazionali, fai vedere che riparti da scuola, cultura e sociale, allora in Europa ti applaudono anche se sfori il 3 per cento. L’Europa ha bisogno di un’Italia viva»

Quindi possiamo sforare?
«E’ evidente che si può sforare: si tratta di un vincolo anacronistico che risale a 20 anni fa. Non è l’Europa che ci ha cacciato in questa crisi, ma la mancanza di visione»

Andando con ordine, noi non saremmo così certi che, proponendo una riforma del mercato del lavoro e l’abolizione del Senato (e poco d’altro), sarebbe “evidente” che potremmo sforare il tetto del deficit-Pil. Ma è altresì vero che, al momento e come qui ampiamente previsto, essere diventati “virtuosi” in senso ragionieristico e non riformistico, cioè rientrando solo contabilmente nel limite di deficit-Pil, non ha portato al nostro paese alcun beneficio tangibile, mentre chi è fuori dal target (Francia, Spagna, Olanda) continua ad ottenere rinvii ed aggiustamenti con contropartite nel complesso blande. Quindi il problema si pone, anche se non nel modo semplice e semplicistico tratteggiato da Renzi.

Chissà, magari serviranno davvero i “contratti vincolanti” proposti dai tedeschi, da negoziare caso per caso e con robuste contropartite politiche ed economiche. Oppure servirà una alleanza vera con François Hollande, che al momento appare soprattutto come un pugile suonato, a metà del guado tra inseguire Berlino in nome di antichi splendori diarchici o mettersi a capo di una “rivolta degli straccioni” che certifichi la natura intimamente mediterranea dell’Esagono (orrore!).

Vedremo, tutto,  in questo 2014. Per ora, attendiamo che Renzi getti la rete (o la ragnatela, a seconda dei gusti e delle opinioni), ed attendiamo il fantomatico “piano B” sull’Europa di cui negli ultimi giorni ha favoleggiato anche Stefano Fassina. Il bello della realtà è che si presenta molto rapidamente a chiedere il conto agli affabulatori, vecchi, nuovi e nuovisti. Persino in un paese pietrificato come l’Italia.

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