La rivoluzionaria melina del centromediano metodista

Oggi sul Sole un commento del vicedirettore Fabrizio Forquet rappresenta, pur nella felpata misura dei termini utilizzati, la perplessità che alcuni dei cosiddetti poteri forti nutrono nei confronti di Matteo Renzi e del renzismo. Ottimo spunto per qualche rilfessione a più ampio raggio.

Il titolo del commento “L’impeto senza metodo non realizza il cambiamento” è sufficientemente esplicativo. Lo svolgimento è lineare e pulito: si sta girando a vuoto. L’esempio paradigmatico è il famoso Jobs Act, peraltro già nato con non poche criticità, essendo di fatto spezzato nella disciplina del lavoro a termine (approvata) e nel ddl delega (nel limbo). A parte la riproposizione, in tal modo, del solito dualismo del nostro mercato del lavoro, il problema è la discrasia tra gli annunci renziani di “rivoluzione” e la realtà. Scrive Forquet:

Lo dimostra, una su tutte, la vicenda del Jobs Act. Renzi ne presentò con grande urgenza le linee guida nei primissimi giorni dell’anno, quando non era ancora premier. Letta ragionava sul programma 2014, Renzi in poche ore tirò fuori la sua “rivoluzione” del lavoro. Sono passati sei mesi e l’approdo in Aula al Senato del Ddl 1428, la delega sul lavoro appunto, è slittato a fine mese, in attesa che la maggioranza trovi l’intesa sul contratto a tutele crescenti. Poi toccherà alla Camera e, quindi, ai decreti delegati. La rivoluzione, insomma, può attendere.

Già. Ovviamente, come già accaduto per l’altro demiurgo dell’ultimo ventennio, ormai in disarmo, resta da capire se trattasi di venditori di pentole e fumo o di inerzia di un sistema prossimo alla bancarotta, intellettuale e culturale prima che finanziaria. O di un mix delle due. Però non è che l’inerzia del sistema non fosse nota, quando Renzi a gennaio prometteva l’arrivo nella Terra Promessa entro l’estate, salvo poi rimangiarsi tutto, sistematicamente, spingendo il traguardo più in là.

Forquet chiude il pezzo con il beneficio del dubbio, che poi è anche il classico cerchiobottismo istituzionale, ma non è grave:

La «nostra novità è il metodo» annunciava Renzi all’esordio del suo governo. Oggi quello che manca è proprio il metodo e l’organizzazione. Il solista c’è, così come la visione e il coraggio, ma lo schema di gioco non ancora. E così la palla, banalmente, non va in porta

I prossimi mesi diranno se l’avanzata travolgente di Renzi nel Palazzo è stata solo la conseguenza di un sistema ormai in avanzato stato di decomposizione, e che quindi non ha opposto resistenza alla marcia trionfale di un pifferaio-parolaio magico, con l’intimo convincimento di riuscire a metabolizzare ed espellere anche lui; oppure se siamo tutti rimasti vittime di un classico abbaglio all’italiana, quello della vendita del Colosseo. Sapendo che in ogni paese esiste una componente inerziale nella produzione normativa. E’ certamente possibile capitalizzare, in termini di consenso e abuso della credulità popolare, presentandosi come lo sterminatore della burocrazia e dei frenatori disfattisti, ma alla fine la realtà ti arriva in faccia con ancora maggior forza. A meno di giungere alla conclusione che questo paese deve essere ad “attrito zero” per i suoi ricorrenti Uomini della Provvidenza, cosa che peraltro non esiste neppure nelle dittature, e allora la nostra perdizione deriva, come detto, da una profonda incultura politica dell’elettorato. Però è strano: un popolo considerato mediamente molto ingegnoso e “vispo” (anche troppo), almeno a livello di iconografia, eppure così incline a farsi raggirare dal primo imbonitore che passa.

Come che sia, abbiamo un sedicente mediano (che è anche il regista della squadra), e che dice di avere un metodo. Per ora però di lanci lunghi non se ne sono ancora visti, e di finalizzazioni nemmeno. Ma nelle conferenze stampa non lo batte nessuno.

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