Il grasso e l’osso

Per quanti tra voi pensano che sia possibile tagliare la spesa pubblica in modo indolore, perché magari ipnotizzati dalle rodomontate del premier, e per quelli che invece non vogliono aver a che fare con le ideologie ma solo con la contabilità, segnaliamo alcuni numeretti particolarmente suggestivi, nell’imminenza delle decisioni governative sui tagli di spesa.

Ieri sul Corriere un articolo di Enrico Marro ha spiegato in modo molto preciso perché sarà piuttosto problematico arrivare sia a tagli di 16 miliardi che, a maggior ragione, alla nuova cifra di 20 miliardi annunciata da Renzi nei giorni scorsi. Si è detto che obiettivo del governo è un taglio del 3% alla spesa dei ministeri. Nel suo pezzo, Marro compie alcune simulazioni allargando il raggio d’azione al totale della spesa pubblica:

«Se questo taglio si applicasse a tutta la spesa pubblica (centrale e locale), a conti fatti, escludendo le spese per investimenti, quelle per il personale e quelle per prestazioni sociali (pensioni, assistenza, sanità, ammortizzatori sociali), si potrebbero realizzare al massimo 6 miliardi di euro. Dal totale di 806 miliardi di euro di spesa pubblica prevista per il 2014 dal Def (Documento di economia e finanza) bisogna infatti sottrarre circa 84 miliardi per gli oneri sul debito pubblico, 164 miliardi per gli stipendi dei dipendenti pubblici, 320 miliardi per le prestazioni sociali e 50 miliardi di spese in conto capitale, cioè in investimenti. Tutte voci che non può o non vuole tagliare. Restano appunto circa 190 miliardi. Il 3% fa 5,7 miliardi»

Quanto è importante saper far di conto, nel dibattito pubblico italiano, fatto soprattutto di slogan. Restringendo il campo alla sola spesa ministeriale:

«Considerando la sola spesa delle “amministrazioni centrali”, alle quali i ministeri appartengono, si parte da 353 miliardi al netto degli oneri sul debito pubblico e delle spese in conto capitale. Tolta la spesa per il personale (94 miliardi), restano 259 miliardi. Un taglio del 3% farebbe risparmiare circa 7 miliardi e mezzo»

Come si può constatare, tutto dipende da cosa si vuole tagliare. Ma se riusciamo a portare a casa solo un terzo del taglio-obiettivo, delle due l’una: o è fatale intervenire (leggasi tagliare) sulla spesa per il personale, sanità, assistenza, previdenza, investimenti pubblici; oppure si arriva all’esigenza di aumentare le entrate. Comunque vada, Ecco perché è bene che gli italiani siano informati che non esistono tagli indolori, giunti a questo punto. Acquisendo questa consapevolezza sarà possibile anche rielaborare il concetto di “grasso che cola”, che in molti (almeno a giudicare dai cosiddetti “sondaggi” di SkyTg24) hanno accolto con entusiasmo.

Per dirla in altri e ben più efficaci termini, ricorriamo all’intervista concessa da Piero Giarda a Lorenzo Salvia, sul Corriere di oggi:

È possibile risparmiare l’anno prossimo 16 miliardi di euro, o addirittura 20 come dicce Renzi?
«Mi sembra difficile arrivare a quella cifra semplicemente attaccando le aree di inefficienza. Forse il governo dovrà avere il coraggio di proporre interventi che tocchino natura e dimensione dell’intervento pubblico »

Questo è il punto. L’unico. Siamo sempre più vicini al momento in cui dovremo prendere una decisione strategica ed esistenziale sul perimetro pubblico. Resta da capire se Renzi ha preparato i cittadini a questo concetto, oppure se è ancora in modalità “burro, cannoni e cannoli”. Secondo voi?

P.S. Non entriamo nel merito delle conseguenze di tali tagli sul sistema di aspettative degli agenti economici. Un ragionamento meccanicistico e biecamente “keynesiano” indurrebbe a sostenere che nel breve periodo questi tagli produrrebbero una ulteriore contrazione della domanda aggregata, mentre secondo altre scuole di pensiero la “fiducia” eventualmente derivante da tali tagli produrrebbe una spinta ai livelli di attività economica, anche attraverso una riduzione della componente prudenziale del tasso di risparmio. Tutto può essere.

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