Non disturbate il motivatore

Oggi, nel corso della Direzione (con la maiuscola o senza?) del Partito democratico, il premier Matteo Renzi ha spiegato quale deve essere l’atteggiamento del perfetto patriota. O meglio dell’antigufo. Sono nozioni bizzarre, e vale la pena analizzarle per capire meglio il Renzi-pensiero.

Intanto, notiamo che la nozione di “disfattismo” è profondamente radicata nella forma mentis dei premier italiani. La cosa non stupisce, vista la tradizione di pensiero illiberale che questo paese si trascina dietro da sempre. Ma non vorremmo sopravvalutare Renzi ed il suo sistema valoriale di riferimento. Ad esempio, leggete qui:

«Trovo abbastanza stravagante che per esigenze interne si riduca il dato» della ripresa in Italia. «Se il Pd fa ripartire l’Italia, anche se il segretario non mi sta simpatico dovrei essere contento: non valorizzare risultati positivi oggi non è da gufi è da persone che non aiutano la propria comunità» (Ansa, 7 agosto 2015)

E qui l’espressione “esigenze interne” ed il riferimento al Pd “che fa ripartire l’Italia”, sono inequivocabilmente rivolte alla minoranza interna al partito del premier, visto anche il contesto in cui sono state pronunciate. Ma siamo certi che, nel clima da intruppamento collettivo che porta molti renzisti puri e duri ad accusare gli scettici di “disfattismo”, questo modo di argomentare finirà con l’essere traslato inevitabilmente su chiunque, inclusi quanti non hanno la tessera del Pd, soprattutto ove si faccia riferimento al concetto assai estensibile di “comunità”. È il Partito della Nazione, bellezza.

Allo stesso modo in cui Renzi accusa di una non meglio precisata “pigrizia intellettuale” quanti sostengono, anche dati alla mano, che l’Italia sia semplicemente il relitto sollevato dall’alta marea di una congiuntura irripetibile. Ora, è del tutto umano che un politico, soprattutto di un paese economicamente analfabeta come l’Italia, cerchi di intestarsi una “ripresa” che è puramente ciclica in quanto, ripetiamolo, frutto di eccezionali congiunture positive esterne. Poi, si può sempre sostenere che Mario Draghi ha deciso l’easing quantitativo dopo essersi visto la collezione in dvd delle Leopolde e dei discorsi motivazionali di Renzi degli ultimi due anni.

A chi scrive fa molto piacere che questo paese si scrolli di dosso sette anni di guai e depressione, anche se siamo consapevoli di avere una demografia che ci gioca e ci giocherà pesantemente contro, e qui non c’è Renzi che tenga. Ma ci corre anche l’obbligo di misurarci con altri paesi, i nostri competitor naturali, quelli che con noi dividono e condividono sistemi politici, istituzionali, valoriali. E se, vis à vis questi paesi, l’Italia continua a crescere poco e nulla, il problema esiste, sussiste e persiste. È la comparazione la sola cosa che conta, ai fini della valutazione politica: quella con gli altri paesi e con il proprio passato.

Guardando in televisione ieri sera Pierluigi Bersani a In Onda ed ascoltando i suoi frusti motteggi, il pensiero è stato uno solo: lui ed i suoi compagni di minoranza hanno fallito, quindi sono falliti. Su questo c’è assai poco da aggiungere, in un paese dove si arriva al potere e vi si aggrappa, invocando il destino cinico e baro ed i complotti, interni ed esterni. C’è sempre una autoassoluzione, nel futuro degli italiani. Quello è il motivo del nostro dissesto come comunità civile nazionale. Il problema è che la risposta ai fallimenti ed ai tentativi di restare abbarbicati al potere non viene da slogan più o meno brillanti ma da fatti. Nel caso di Renzi è davvero impossibile discernere un’azione di vero cambiamento da una spinta esogena epocale. Chiunque, al posto di Renzi, sarebbe stato baciato da questa congiuntura: sarebbe bastato non muoversi. Renzi si è mosso, ha creato il Jobs Act, che tenta di deflazionare il precariato, ma nella sua ansia da prestazione e propaganda ha finito con l’attribuire a questa “riforma” un valore salvifico-taumaturgico.

C’è un modo infallibile, per capire se c’è una cosa chiamata “crescita”. E cioè che la disoccupazione si riassorba. In altri termini, che il Pil potenziale si innalzi e che quello effettivo cresca per un protratto periodo oltre tale valore potenziale. Ora, per innalzare il Pil potenziale serve fare alcune cose, di quelle che di solito scandalizzano la sinistra di stile “rosso antico” e gli stregoni fulminati che vedono in una moneta sovrana la panacea ai mali del mondo. E di queste cose Renzi ha sinora fatto poco, molto poco, e quasi tutto al margine, che lo crediate o meno.

In questo periodo, in cui è sempre più evidente che l’occupazione sta ristagnando (e basterebbe guardare il tasso di occupazione, inchiodato, per piantarla di fare free climbing sui vetri), sentiamo dire che è naturale che l’occupazione non aumenta, perché l’efficientamento del mercato del lavoro e la scossa di produttività da esso indotto tendono a ridurre gli attriti all’uscita di personale e quindi a “snellire” gli organici; oppure che siamo ancora nella fase di riassorbimento della cassa integrazione. La seconda spiegazione è molto più verosimile della prima, che nel caso italiano pare uscita da un romanzo fantasy. Il vero dramma di questo paese è che, in questo momento, Renzi è il leader meno peggiore tra quelli sulla scena. Ma continuare a ragionare in termini relativi ci sta portando alla perdizione.

Per concludere, siamo e restiamo dentro un quadro di ripresa congiunturale, di cui Renzi ha scarsi e nulli meriti. Non si tratta di disfattismo ma di osservazione della realtà. Poi, motivare la cittadinanza è cosa buona e giusta, fissare grandi obiettivi fa parte dello strumentario di base del leader motivazionale, ma quando sentiamo frasi del tipo “nel giro di un triennio saremo leader in Europa nella banda larga”, non riusciamo a non pensare alle eterne verità di Dilbert.