Pochi tagli, siamo italiani e ritardati

Come ormai noto, il governo ha deciso di non procedere, nella legge di Stabilità 2016, al taglio di spesa pubblica nella misura di cui si è favoleggiato a partire dalla presentazione del DEF, lo scorso aprile, cioè dieci miliardi di euro. Le voci si rincorrono, il work è rigorosamente in progress ma il saldo da tagliare pare scendere inesorabilmente col trascorrere dei giorni. Domenica era stimato in 7,5-8,5 miliardi, oggi il Sole ipotizza un limite inferiore a 6-7 miliardi. Va da sé che serviranno misure compensative per recuperare l’importo. E se decidiamo minori spese ciò significa che dovremo compensare con maggiori entrate, a meno di chiedere ulteriore deficit alla Ue. Ma non dovevamo tagliarle, le tasse

L’articolo di oggi del Sole, a firma di Davide Colombo e Marco Mobili, ipotizza quindi, tra le entrate, una nuova Robin Tax, che colmi il buco apertosi con la precedente sentenza della Consulta, non retroattiva, e che dovrebbe portare un gettito di circa 700 milioni. Altra voce di entrata è quella relativa alla voluntary disclosure ma sembra in realtà figlia dell’assunzione di qualche sostanza allucinogena, visto che pare che qualcuno sogni di ricavare dal provvedimento i famosi 3-5 miliardi di cui narrava la leggenda ma che, prudentemente, nessuno ha mai messo in documenti ufficiali, dove invece compare l’importo di 671 milioni.

Ma non è tutto: pare anche che qualcuno stia accarezzando l’idea di anticipare al 2016 la digital tax di cui ha parlato giorni addietro Matteo Renzi, mediante ripescaggio della proposta di legge Quintarelli-Sottanelli, che prevede l’applicazione di una ritenuta del 25% sui ricavi online di aziende senza stabile organizzazione in Italia, il cui gettito era stato stimato in 3 miliardi. Detto, fatto. Ma quello che è interessante è il modo in cui il governo, nella Nota di aggiornamento al DEF, motiva la riduzione dei tagli di spesa rispetto all’importo originariamente stimato. Le misure di copertura allo studio, secondo l’esecutivo, “hanno effetti minori (moltiplicatori più bassi) dei tagli di spesa”. Ohibò.

Attenzione a questo punto: ormai da tempo, almeno dall’autocritica di Olivier Blanchard e del FMI, esiste tra gli economisti un apparente consenso circa l’elevato valore che il moltiplicatore della spesa pubblica ha assunto durante la crisi. In altri termini, un dato taglio di spesa si abbatterebbe con particolare violenza sull’economia. Chi scrive ha sostenuto questa tesi in tempi non sospetti, contro tutti i sacerdoti della magica austerità espansiva. Ma è perlomeno bizzarro che il governo italiano si accorga dell’elevato valore del moltiplicatore della spesa pubblica solo oggi, per ridurre di un apparente 30-40% l’obiettivo di taglio di spesa su cui il buon Renzi affabula ed intrattiene l’uditorio da mesi, tra “riforme strutturali” ed “efficientamento della spesa pubblica”.

Pensate che, nella Nota di aggiornamento al DEF c’è pure un box con funzioni di tutorial sui moltiplicatori, per dare copertura al dietrofront sui taglio di spesa. Cogliamo fior da fiore:

«Blanchard e Leigh (2013)22 identificano tre fattori che possono incidere in misura significativa sui moltiplicatori fiscali. In primo luogo, se l’economia si trova in una situazione di trappola della liquidità, la politica monetaria non può compensare gli effetti negativi indotti da programmi di consolidamento fiscale tramite la diminuzione dei tassi d’interesse e ciò determina un aumento del moltiplicatore. Secondo, in condizioni di malfunzionamento dei mercati finanziari, i consumi e gli investimenti dipendono in misura maggiore dal reddito e dai profitti correnti piuttosto che dalle aspettative sul reddito e sui profitti futuri, e questo determina un aumento del moltiplicatore. Terzo, esiste ampia evidenza empirica del fatto che l’esistenza di risorse inutilizzate aumenta il moltiplicatore»

E via di modelli DSGE e trappola della liquidità. Ora, ribadiamolo: questo è un discorso teorico che può anche avere robuste motivazioni, non sarà chi scrive a negarlo. Ma benedetti figlioli (leggasi Renzi e Padoan), solo ora vi viene in mente che la spesa pubblica non va tagliata più di tanto perché altrimenti l’impatto sulla crescita è pesante e maggiore del beneficio derivante da corrispondenti tagli di imposte? Ora, dopo che per mesi ci avete tritato i cabbasisi con la spending review? Il minimo che si possa dire è che siete un tantino ritardati, nel senso letterale del termine.

E quindi, se abbiamo scoperto che il moltiplicatore della spesa ci gioca pesantemente contro, che dovremmo fare, essendoci messi in testa che le tasse vanno tagliate? Aumentare altre imposte o fare maggior deficit, sperando che il piccolo David Ricardo che vive in ognuno di noi resti dormiente? Più passa il tempo, più appare evidente che questo è un governo minato alla radice da improvvisazione e dilettantismo. Che, coniugati all’arroganza, promettono disastri per questo disgraziato paese.

Aggiornamento – Il MEF smentisce. Resta che, con tagli di spesa inferiori ai 10 miliardi previsti in origine, la ricerca di coperture alternative si presenta decisamente interessante.

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