I frutti confusi della Fortisnomics

Ieri, sul Sole, l’economista Luigi Guiso ha risposto alla tesi di Marco “Pangloss” Fortis, a sua volta ispirata dallo studio di un “rigoroso” (per definizione) istituto di ricerca tedesco, secondo il quale la somma di debito pubblico esplicito ed implicito (quest’ultimo frutto del valore attuale della futura spesa pensionistica e sanitaria), metterebbe l’Italia al primo posto europeo per sostenibilità delle passività pubbliche. Non serviva essere rocket scientist per capire perché quella di Fortis è una pura fallacia, oltre che la riproposizione quasi ossessiva di teorie che risalgono all’Era Tremonti, ma è utile riportare la confutazione di Guiso.

Come saprete, per Fortis l’Italia è un genio incompreso dall’universo mondo: tutti, dalle agenzie di rating ai regolatori, dalla Commissione europea ai mercati, “sbagliano candeggio” e percezione della rischiosità del nostro paese e dei suoi conti pubblici. Guiso parte dal mercato, chiedendosi; com’è che lo spread tra Btp e Bund resta persistentemente e robustamente elevato? Non è che esistono fragilità strutturali di cui i mercati sono perfettamente consapevoli? Ma come, direbbe Pangloss Fortis (e invero sono anni che lo dice), e la ricchezza delle famiglie italiane? Non serve a “garantire” il debito pubblico, in una concezione patrimoniale della garanzia? Trattenete uno sbadiglio, arriva la pietra tombale del buonsenso, prima che di Guiso:

«[…] lo Stato dovrebbe tassare quella ricchezza e farlo dovrebbe essere indolore. Se la ricchezza privata è, poniamo, 4 volte il Pil, e dovesse rendersi necessario per stabilizzare i mercati ridurre il debito pubblico del 20%, ciò richiederebbe un prelievo del 5% sulla ricchezza. Le piazze si rivoltano per molto meno. E i mercati lo sanno»

I mercati lo sanno, Fortis non si direbbe. Lui è troppo impegnato nella sua crociata sul mondo che sbaglia a giudicare l’Italia. Ma servirebbe essere consapevoli che, per il nostro paese, la strada della Grande Compensazione tra debito pubblico e ricchezza privata resta aperta e percorribile, alla bisogna, cioè quando occorre rassicurare i mercati circa la nostra solvibilità. Questo è il sentiero (meglio, l’autostrada) del nostro declino, e lo stiamo percorrendo da anni.

Veniamo al secondo elemento di mitigazione, sempre secondo Fortis, delle nostre passività sovrane “esplicite”: il valore attuale delle passività pensionistiche e sanitarie future. Riguardo alle prime, la loro forte riduzione si deve alla riforma Fornero, elemento che in molti tendono a scordare. Ma quello che rileva maggiormente, ai fini del nostro “dibattito”, è che parliamo sempre di valori attuali, i quali per definizione si ottengono sotto determinate ipotesi, che a loro volta generano numeri di capitalizzazione e sconto, che sono estremamente variabili al mutare delle ipotesi sottostanti. Scrive quindi Guiso:

«Riguardo alle passività implicite, sommarle al debito accumulato va bene per ottenere un indicatore “sintetico”, come quello proposto dall’istituto tedesco Stiftung-Marktwirschaft. Ma l’indicatore va utilizzato con giudizio. Per sommare veramente – cioè trattare come equivalenti – passività sicuramente accumulate (come il 132% di stock debito pubblico) con il valore a oggi di squilibri fiscali che si manifesteranno nei decenni futuri bisogna credere davvero che non si stanno sommando pere con mele. E questo dipende da quanto uno crede alle ipotesi sottostanti alla stima del “debito implicito” (costanza della legislazione corrente, proiezioni demografiche etc.) e ancor più alle ipotesi sul tasso di crescita dell’economia e sul tasso di sconto usato per attualizzare quei flussi. Non è difficile mostrare che piccole alterazioni di queste variabili producono effetti notevoli sullo stock di passività implicite. Questo è l’altro motivo perché le nostre virtù sulle passività implicite non sembrano intaccare lo spread»

Ecco. Per favore, qualcuno informi Fortis. Che pare mettere nello stesso cesto la certezza del debito pubblico sin qui cumulato con l’alea delle ipotesi che determineranno quello futuro. E poi si stupisce che i mercati non se lo filino manco di striscio. Non gli restano che i quotidiani italiani, quindi.

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