La spending review nel paese della Bestia insaziabile

Ieri abbiamo appreso da Sergio Rizzo sul Corriere i numeri delle Ferrovie Sud Est (FSE), la compagnia ferroviaria pugliese controllata dal Ministero delle Infrastrutture, assurta a notorietà nazionale dopo che il nuovo capo azienda nominato da Graziano Delrio ha deciso di mettere il naso nei suoi conti. Sono numeri che testimoniano, se mai ve ne fosse bisogno, lo stato di decomposizione di ampie parti del settore pubblico allargato di questo paese, quello che contribuisce al sanguinamento dei conti pubblici ma soprattutto alla drammatica inefficienza della missione pubblica.

I numeri di FSE, si diceva: oltre 132 milioni di euro di consulenze in un decennio a fronte di circa 150 milioni di fatturato annuo; un debito di 311 milioni; 1.400 cause di lavoro pendenti a fronte di poco meno di 1.400 dipendenti. Un ex amministratore unico che percepiva un compenso annuo di 48.000 euro ma che, grazie ad un improbabile contratto come co.co.co., ha portato a casa oltre tredici milioni di euro in altrettanti anni. Un capo del personale che lavorava da Roma e quando doveva tornarsene a casa, a Bari (dove peraltro c’è la sede legale di FSE), percepiva una indennità di trasferta di 98 euro orari.

Mentre attendiamo smentite a questi numeri, vi segnaliamo un commento di Luigi Oliveri, dirigente della P.A. molto attivo a spiegare cosa non funziona realmente, oggi, nel suo ambito di attività, e le colpe della politica. Oliveri è da sempre molto critico nei confronti della riforma della P.A. che porta il nome del ministro della Funzione Pubblica, Marianna Madia. Ma di questo parleremo tra poco. Torniamo all’esempio del giorno, visto che ogni giorno c’è un esempio: le Ferrovie Sud Est. Un capo azienda rimasto per oltre vent’anni al suo posto, non è chiaro per quale motivo. Magari perché si è argomentato che, trattandosi di azienda che ha rilevante contenuto “sociale”, è fatale e fisiologico che produca perdite. Motivazioni verosimili dietro le quali molto spesso si celano condotte criminali e criminogene.

La domanda sorge spontanea: ma queste realtà terremotate e produttrici di perdite in capo ai contribuenti non hanno meccanismi di controllo? Se sono SpA non hanno un collegio sindacale? E comunque, quando si celebra l’assemblea annuale che certifica le voragini di perdite, che dice l’azionista (pubblico) unico? La realtà è che, in questo paese, i controlli sembrano completamente saltati, sia nelle aziende pubbliche che nella P.A. in senso stretto. Questa ed altre horror stories testimoniano di questa situazione: vedi anche la riscossione degli affitti da parte del Comune di Roma, il Grande Malato d’Italia, quello che ha uno stock di debito che cresce in modo incoercibile, e che fatalmente corre verso il default.

Secondo Oliveri, simili situazioni derivano, oltre che dallo smantellamento e/o disapplicazione del sistema dei controlli interni (ad esempio da quello di legittimità, considerato troppo burocratico), anche dai processi di selezione dei dirigenti, saldamente in mano alla politica. Dirigenti deresponsabilizzati dall’annichilimento dei controlli, il cui unico compito è quello di eseguire il volere del dominus politico. In parallelo, la proliferazione di contratti di consulenza, che superano il miliardo di euro annui, e che sono l’ulteriore degenerazione del controllo politico sulla funzione pubblica allargata. Anche nella riforma Madia, secondo Oliveri, dietro la facciata di depoliticizzazione (ottenuta tramite utilizzo di commissioni indipendenti che dovranno assegnare incarichi ai dirigenti pubblici) si cela in realtà la reiterazione del controllo politico, che pilota le nomine attraverso le specifiche di candidature da cui cogliere il “prescelto”.

In sintesi: controlli demoliti e pervasività della selezione politica dei profili dirigenziali determinano un processo di selezione negativa che produce un drammatico calo di efficacia ed efficienza dell’azione pubblica. E quando si tenta di mettere mano alla riqualificazione della spesa, gli esiti sono pressoché nulli. Se invece si agisce attraverso il taglio quantitativo della spesa, si produce quello che segnaliamo da anni: non si affama nessuna Bestia, perché la Bestia è saldamente nella stanza dei bottoni e riesce comunque ad estrarre i propri benefici, anche se ciò dovesse comportare sofferenze acute per la popolazione di fruitori dei servizi pubblici, che di fatto sono tenuti in ostaggio. Il “controllo” di fatto si materializza solo al cambio della guida politica, oppure sotto forma di sceneggiate di inconsapevolezza del politico davanti all’azione della magistratura penale. L'”insaputa” elevata a sistema.

Queste sono le variabili soft, cioè culturali e sociali, che determinano qualità ed efficienza della spesa pubblica. Nel caso del nostro paese, tali variabili tendono a produrre predazione e scadimento di performance. Ecco perché il processo di spending review appare per quello che è: un gigantesco abbaglio collettivo.