Il costoso ed inutile acquisto di tempo (indeterminato)

(Istruzioni per l’uso: post pieno di numeri ed ipotesi interpretative. Se avete fretta o non riuscite a mantenere la concentrazione, potete andare direttamente alle conclusioni, in fondo pagina)

I dati dell’Osservatorio mensile Inps sul precariato, pubblicati ieri e riferiti al periodo gennaio-giugno, confermano l’esaurimento della spinta propulsiva dei sussidi del Jobs Act ma anche una sorta di animazione sospesa del mercato italiano del lavoro. Ancora una volta, serve leggere i dati tenendo sullo sfondo la congiuntura, per evitare le solite correlazioni spurie. Resta tuttavia il problema di fondo: i sussidi del Jobs Act passeranno alla storia patria come l’ennesimo capitolo di spreco di denaro pubblico. Non per corruzione ma per insipienza.

Nel primo semestre 2016 gli assunti a tempo indeterminato sono stati 650.637 (Tabella 1). Nel 2015 erano stati 977.036, sulla spinta dei sussidi del Jobs Act. Nel 2014, anno “pulito” da distorsioni e con una congiuntura ancora di tipo recessivo, erano stati 700.788. Non solo: nel 2016 vi sono state 194.755 trasformazioni in tempo indeterminato di apprendisti e contratti a termine; nel 2015 furono 280.173 e nel 2014 223.771. Se un osservatore ignaro dei cambiamenti del mercato italiano del lavoro leggesse questi dati, giungerebbe alla conclusione che nel 2016 è in atto un rallentamento congiunturale della nostra economia.

Tuttavia, poiché guardare le sole assunzioni ha poco senso e nulla dice riguardo alla congiuntura ma anche al dinamismo del mercato del lavoro, osserviamo le cessazioni (Tabella 2), che nel primo semestre di quest’anno sono state complessivamente 2.056.032, mentre lo scorso anno furono 2.246.157 e nel 2014 2.162.649. Anch’esse in calo, come le assunzioni. Un aumento delle cessazioni può essere frutto di deterioramento della congiuntura ma anche del suo opposto, se esse derivano da dimissioni volontarie alla ricerca o per aver trovato un altro e migliore lavoro. Ovviamente, in un sistema economico, in un dato momento, ci saranno aziende e settori in espansione ed altri in contrazione. Anche questo incide sul saldo. In totale, nel primo semestre 2016, le cessazioni di tutte le tipologie contrattuali (tempo indeterminato, determinato e apprendisti) sono diminuite dell’8,5% sullo stesso periodo del 2015. Il mercato del lavoro appare quindi caratterizzato da un minore churning, una minore movimentazione, che andrà indagata nei prossimi mesi.

Se andiamo a vedere il totale dei rapporti di lavoro subordinato al netto delle cessazioni (Tabella 3), vedremo che nel primo semestre di quest’anno il saldo è positivo per 515.586 unità. Nel 2015 erano 627.505 e nel 2014 423.010. Tuttavia, tale saldo deriva in modo importante dalla frenata delle cessazioni, non dell’espansione delle assunzioni. Se poi andiamo a vedere i contratti a tempo indeterminato al netto delle cessazioni, scopriamo che anche qui la creazione netta di nuovi rapporti di questo tipo, che è di sole 74.500 unità, contro le 120.981 del 2014, deve moltissimo alla riduzione delle cessazioni, non all’aumento di assunzioni e trasformazioni in tempo indeterminato. È come se il mercato del lavoro si fosse messo in surplace, in attesa di capire che direzione prendere.

Ma i riscontri politicamente peggiori, per il governo, si trovano nei grafici 1 e 2, verso la fine del documento. Nel primo si vede che l’incidenza di rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati/variati rispetto al totale è nel primo semestre 2016 del 30,6%. Nel 2014 era del 32,9%. Quindi il Jobs Act non sta spingendo verso il tempo indeterminato un numero crescente di lavoratori. Dal grafico 2 le notizie sono ancora peggiori: i tempi indeterminati attivati o variati a giugno 2016 sono solo il 25,1% del totale. A giugno 2015, sotto la droga della decontribuzione pesante, erano il 33,7% del totale.

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Che si può tentare di concludere, quindi, dopo questo diluvio di numeri che avranno distolto la già scarsa attenzione di molti di voi? Alcune cose. In primo luogo, come detto prima, che il mercato italiano del lavoro appare in una sorta di stasi (o di transizione di stato): meno assunzioni ma anche meno cessazioni. Poi, che il rapporto a tempo indeterminato non riesce a progredire come rapporto lavorativo di elezione, malgrado il Jobs Act, ma anzi pare arretrare nelle preferenze dei datori di lavoro. Questo è un dato politico rilevante, sapendo che l’era Renzi e la sua gestazione leopoldina erano ammantate della mistica del contratto unico di lavoro, che tutto (o quasi) conchiude. La realtà sta altrove. Se questi sono i risultati, e visto il costo della decontribuzione transitoria, siamo di fronte ad un elevato spreco di denaro pubblico, sotto l’altra mistica della “riduzione del cuneo fiscale”, che semplicemente non è avvenuta se non dal lato Irap, unica mossa meritoria pur se piccina di questo governo.

Repetita: che accadrà quando la decontribuzione temporanea verrà meno, ed ancor di più in ipotesi di rallentamento congiunturale? Ve lo ipotizziamo noi: che quote crescenti del mercato italiano del lavoro rischieranno di migrare verso il mondo dei voucher, dove il costo del lavoro è molto basso e soprattutto “gestibile” dai datori, pur in presenza di ipotetiche strette anti abusi all’utilizzo dello strumento. Perché, come abbiamo scritto tempo addietro, l’ipotesi che il voucher sia una risposta adattiva del sistema alla molteplicità di oneri ed alle pressioni esterne che subisce, non dovrebbe essere scartata a priori. O voucher o nero, in pratica. Ma se le cose stanno in questi termini, l’intero edificio previdenziale-contributivo del mercato italiano del lavoro sta venendo eroso dalle fondamenta, a causa della sua ormai insostenibile onerosità, ed è a rischio crollo.