La strada per il dissesto è lastricata di buona flessibilità

L’ennesimo post terremoto italiano è sinistramente simile a quelli che lo hanno preceduto, così come alle fasi successive a grandi episodi di dissesto idrogeologico che punteggiano la storia del nostro paese. Al netto dei buoni sentimenti e della umana solidarietà, la frase ricorrente è “questa volta sarà diverso”. A questo giro iniziamo a sommare alla ferrea volontà di discontinuità con quella che è e resta una “tradizione” italiana (sismicità e dissesto del territorio) con le recriminazioni per non poter fare più deficit. Tutto già visto, ma l’incarognimento si sta accentuando.

Oggi timidamente e nei prossimi giorni con sempre maggiore forza, stanno comparendo e compariranno commenti anche politici sulla necessità di aumentare il deficit, “per fronteggiare la ricostruzione ma anche per mettere in campo un grande piano di prevenzione”. È già iniziata la grancassa dell’invocazione della deroga al Fiscal Compact per fronteggiare l’emergenza. Alcuni punti continuano a sfuggire. Le norme europee di equilibrio di bilancio consentono sforamenti significativi dai parametri per eventi naturali catastrofici che determinino uno shock all’economia di un paese, al punto (ad esempio) da danneggiarne il potenziale di crescita o abbatterne la crescita attuale, volgendola in contrazione.

Guardiamoci negli occhi: il sisma dell’Italia centrale determinerà questo esito? No. Avrà lo stesso impatto, su scala nazionale, di quello dell’Emilia o probabilmente inferiore, per minore concentrazione di imprese nell’area sinistrata. Quindi è giusto e corretto che l’Italia si avvalga dei fondi mutualistici della Ue per i primi interventi e che possa utilizzare nuova, limitata flessibilità per gli oneri pubblici relativi alla ricostruzione delle zone interessate. Ma da qui ad invocare più deficit (qui, ora e forever) per finanziare col tormentone dell'”Europa” un onirico e ciclopico (ed anche non meglio specificato, operativamente) “piano per la messa in sicurezza delle aree sismiche del paese”, significa aver capito poco di quelle stesse norme che abbiamo sottoscritto anni addietro, oltre che del concetto di fare deficit, che qui invece è assimilato a cambiarsi i calzini.

Qualsiasi piano di messa in sicurezza e di irrigidimento cogente degli standard costruttivi in zone ad alto rischio sismico richiederà, sempre e comunque, esborsi rilevanti da parte dei privati interessati. La spesa pubblica può essere chiamata in causa per la parte relativa a parziali crediti d’imposta sugli interventi, e comunque su un arco pluriennale. Questa è la realtà. Chi pensa che basti “fare deficit”, da un anno al successivo, per risolvere i problemi di questo disgraziato paese è un marziano che non ha mai letto la storia patria oppure è un lettore compulsivo di Pinocchio, di quelli a cui brillano gli occhi quando arrivano all’episodio degli zecchini interrati nel campo dei miracoli. Se questo paese è arrivato alle condizioni in cui si trova, non è per “vincoli europei”. Quelli sono stati e sono l’appuntamento col nostro destino e con i vincoli di realtà, dopo decenni di follie di spesa pubblica che in troppi paiono oggi aver felicemente rimosso.

Non è infatti colpa dei vincoli di bilancio né di una entità remota e matrigna che ci impedisce di raggiungere più rapidamente il dissesto se edifici dichiarati antisismici e “messi in sicurezza” dopo eventi naturali finiscono per crollare comunque, portandosi dietro vite umane. Né è colpa delle astratte e minacciose “istituzioni europee” se il Belice continuerà a ricevere soldi pubblici sino al 2023 per la “ricostruzione” del sisma del 1968, o se sulla nostra benzina persiste l’accisa di scopo per il terremoto dell’Irpinia, ormai acquisita al gettito generale. Quanto al concetto di affidabilità e serietà, ricordate che questo è il paese che ha finito col monopolizzare per mesi il dibattito pubblico intorno alla possibilità di avere deficit aggiuntivo per l’emergenza migranti da destinare all’anticipo di riduzione permanente dell’imposta sulle imprese. Lo avevate già rimosso, vero? Ecco, allora la memoria ve la rinfreschiamo noi. Potremo mai prendere sul serio un paese che argomenta in questo modo?

Vi è poi una tipologia alternativa di sciacalli, quella che conosciamo dall’inizio della crisi: sono quelli che “pensate quanto e cosa potremmo fare, se solo potessimo fare più deficit e finanziarcelo liberamente”, cioè creando moneta. Questi sciacalli stanno vivendo un “momento magico”, almeno nella loro fantasiosa mente, e si sentono eccitati e con vertigini da onnipotenza perché giunti a credere di essere i profeti che indicheranno la via della salvezza al popolo affranto, e di aver in tal modo riscattato la frustrazione di esistenze professionali grigie ed anonime, che tali invece restano e resteranno, sino al definitivo oblio.

Per tutto il resto, si può solo convenire con quello che scrive oggi Romano Prodi sul Messaggero (pensate cosa dobbiamo arrivare a dire): serve un progetto trentennale, ovviamente per diluire l’enorme onere finanziario della messa in sicurezza, ma soprattutto che sia eseguito in modo radicalmente differente dal passato. Il realismo della lunga lena richiede profondi cambiamenti procedurali e sistemici, cioè culturali. Altrimenti sarà tutto inutile. Ma il rischio maggiore di questo paese, prima ancora di quello sismico, è che alla fine vincano sempre vittimismo e disperata ricerca di scorciatoie. Ed i segni ci sono già tutti, per l’ennesima volta.

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