Fassina, il compagno sovranista autolesionista

Oggi ci corre l’obbligo di segnalare uno di quegli sfondoni che potrebbero essere agevolmente imputabili agli effetti dei primi caldi. Dopo il disastroso vertice G7 di Taormina, nel quale Donald Trump ha ribadito che gli Usa sono contrati agli accordi di Parigi sul clima, e dopo la reazione un filo sopra le righe (fors’anche per ragioni elettorali) di Angela Merkel, del tipo “prepariamoci a fare da soli”, che per un egemone riluttante come Berlino sarebbe una notevole svolta, diamo conto dell’accesso di tosse che ha colpito alcune pulci italiane.

Nello specifico Stefano Fassina, anima inquieta della sinistra neo-sovranista, ottimi studi ed ancor migliore CV che, svegliatosi di soprassalto, ha deciso che servono misure compensative (leggasi: dazi) contro gli americani, che, rinnegando gli accordi di Parigi finirebbero ad avere un vantaggio competitivo sugli europei.

Ora, non è detto che le cose siano destinate a finire necessariamente in questi termini: quello che Trump per primo non ha capito è che qui c’è in ballo la supremazia tecnologica planetaria dei prossimi anni, non i buoni sentimenti ecologisti. Non a caso i cinesi sono diventati improvvisamente difensori dell’ambiente. E non a caso nei giorni scorsi il CEO del colosso Usa Exxon Mobil, Darren Woods, ha lanciato un appello personale a Trump affinché gli Usa restino nella cornice degli accordi di Parigi, avendo la capacità per competere su energie a basso impatto di carbonio.

Che Trump non capisca questa fondamentale esigenza competitiva del suo paese preferendo, per una strana e proteiforme psicopatologia che lo attanaglia, puntare su una impossibile rinascita del carbone, è parte della nostra convivenza con uno scherzo della Storia, che ha portato alla Casa Bianca un simile personaggio. Con un po’ di fortuna, il palazzinaro bancarottiere verrà convinto a cambiare idea dai suoi consiglieri e dai boss delle imprese americane, o magari alla fine percorrerà la via dolorosa da anatra azzoppata a impeached (anche se non accadrà domani né dopo) e vivremo tutti felici e contenti.

Quello che suscita un misto di divertimento e prurito alle mani è che questi concetti non li capisca uno che sarebbe economista di formazione, come Fassina. Al quale non si chiede neppure di arrivare ad elaborare un brandello di pensiero strategico, nell’interesse dell’industria europea ed italiana. A Fassina, che è un convertito no-euro, si chiede di comprendere che ogni protezionismo è atto di puro autolesionismo, soprattutto in un paese come il nostro. A meno che l’ex Pd non sia talmente no-euro da ritenere che avere una valuta propria serva non tanto a perseguire svalutazioni competitive o normali riallineamenti del cambio quanto a stampare quello che serve, monetizzando il deficit.

Come che sia, sarebbe utile non dover replicare a simili idiozie protezionistiche da no-euro fallito in culla:

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Notevole anche il disprezzo col quale Fassina si rivolge a quanti avrebbero a cuore il nostro export, definiti “mercantilisti” (il che pare suggerire che Fassina abbia sviluppato un robusto deficit formativo in ambito di storia del pensiero economico) ma anche -udite, udite- il fatto che per Fassina il commercio estero sarebbe una quantité négligéable della nostra economia, quindi in caso sacrificabile:

Continua a volerci enorme pazienza. Ma così tanta che servirà importarla. A volte non basta il bollino di account verificato Twitter per evitare di diventare la parodia di sé stessi.

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