Oggi ci corre l’obbligo di segnalare uno di quegli sfondoni che potrebbero essere agevolmente imputabili agli effetti dei primi caldi. Dopo il disastroso vertice G7 di Taormina, nel quale Donald Trump ha ribadito che gli Usa sono contrati agli accordi di Parigi sul clima, e dopo la reazione un filo sopra le righe (fors’anche per ragioni elettorali) di Angela Merkel, del tipo “prepariamoci a fare da soli”, che per un egemone riluttante come Berlino sarebbe una notevole svolta, diamo conto dell’accesso di tosse che ha colpito alcune pulci italiane.

Premio non sequitur del giorno a Stefano Fassina. Mentre si attende l’esito del dibattito interno al Pd sugli emendamenti da presentare al decreto legge relativo a misure urgenti per il sistema bancario (cioè la riforma delle banche popolari con attivi superiori a 8 miliardi di euro), Fassina ha delineato le proprie preferenze, che si indirizzano verso il reintegro del voto capitario o, in subordine, l’imposizione di limiti al diritto di voto in assemblea rispetto alla quota di possesso.

Oggi su La Stampa c’è un’intervista a Stefano Fassina che ci è utile non tanto per il contenuto quanto per un paio di numeri che l’esponente Pd fornisce, per la verità disponibili a chiunque sappia far di conto e tenda a -o tenti di- porsi domande sulla “rivoluzione” renziana al tempo degli sponsali coi fichi secchi. Anche per questo motivo siamo moderatamente fiduciosi che non leggeremo commenti su Fassina e la sua pratica politica (anche se in questo paese gli adoratori del dito che indica la luna stanno per diventare religione di stato) quanto su quei numeri.

L’annuncio del premier Matteo Renzi che mercoledì ci sarà “la riduzione delle tasse” per 10 miliardi ha prodotto alcuni effetti caratteristici sulla nostra addestratissima dichiarazia. Da un lato la grande attesa per l’Evento sta determinando una sorta di animazione sospesa, con qualche notevole eccezione come il nostro Angelino che sta già salivando copiosamente nel fortino. Dall’altro è partita la corsa alla polarizzazione, altro sport nazionale dai tempi di guelfi e ghibelllini ed in seguito reiterato con Coppi-Bartali, Mazzola-Rivera ed in innumerevoli altre situazioni. Meglio tagliare l’Irap o l’Irpef?

A conferma che abbiamo un nuovo campione della dichiarazia surreale che piaga questo paese da commedia dell’arte, ieri il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, ha sentenziato:

«Per quanto riguarda l’Imu il decreto è stato varato, adesso lo lasciamo sedimentare: abbiamo tempo da qui a gennaio per valutare e scegliere eventuali soluzioni che evitino il pagamento da parte dei cittadini» (Radiocor, 3 dicembre 2013)

Ma certo, con calma: varie, eventuali e contribuenti seguiranno, come l’intendenza napoleonica. Per ora lasciamo sedimentare il decreto, come per ogni fanghiglia che si rispetti. Del resto, è ormai appurato che in Italia l’incertezza fiscale scivola sul teflon degli agenti economici. I quali, come Baretta stesso potrebbe confermarvi, sono pubblici ufficiali di costo contenuto.

Intervistato dal Messaggero, il viceministro all’Economia, Stefano Fassina, fornisce alcune indicazioni su un eventuale intervento pubblico per consentire alle banche di liberare spazio nei propri bilanci, e tornare quindi a prestare. Il problema è che il suggerimento non sta particolarmente in piedi sul piano del mercato (e passi, non è così grave), ma soprattutto su quello della logica.

A nemmeno ventiquattr’ore dall’annuncio ufficiale, abbiamo già una forma di ribellione conclamata contro la cancellazione integrale dell’Imu sulla prima casa. E non si tratta della ribellione di un volontario delle feste della ex Unità, colto a imprecare mentre cucina salamelle, bensì del vice ministro dell’Economia, Stefano Fassina. C’è qualcosa di profondamente malato, in questo paese, ma neppure questa è una notizia.