Atac, la nuova Alitalia

Sul Messaggero oggi trovate un’interessante intervista a Massimo Colomban, ex assessore capitolino alla Mobilità. In essa, Colomban spiega di aver detto più volte alla sindaca, Virginia Raggi, che senza un partner privato, Atac e Ama sono destinate a saltare. Il problema, però, è che i “partner privati” non nascono sotto i cavoli.

Secondo Colomban, le “direttive superiori” del M5S hanno prevalso, e con esse la decisione di “ristrutturare” Atac e mantenerla a pieno controllo pubblico ed organici invariati. Il problema, come i fatti di queste settimane dimostrano, è che il Comune di Roma non pare sbattersi troppo per presentare un piano di ristrutturazione e recupero di produttività aggressivo, o anche solo realistico. Si tratta del solito italianissimo calcio alla lattina, che sottintende il messaggio al governo centrale: Atac e Ama sono “too big to fail“, quindi vedete voi.

Nell’intervista, Colomban precisa, con grande candore, che lui più che ad un socio privato pensava in realtà a Ferrovie. Un po’ il modello Ataf realizzato a Firenze, sindaco Renzi, da quello che poi sarebbe diventato il capo azienda di FS, oggi riconfermato sino al 2020, Renato Mazzoncini. Ma Colomban dice anche altro, e cioè che anche se Atac ha un top manager di valore nella persona dell’a.d. e d.g. Paolo Simioni, “forse non ha manager all’altezza”.

Colomban, a fine intervista, mette pesantemente il dito nella piaga:

«Io credo che il problema di Roma non stia nei miracoli che la sindaca può fare oggi. Serve un intervento complessivo che coinvolge l’intero Movimento, che non può proteggere i sindacati. Certe sigle, in Atac, per anni l’hanno fatta da padroni. L’inefficienza delle partecipate poi la pagano i cittadini, perché i servizi non girano. Le faccio un esempio: in Ama il 23% dei dipendenti sostiene di avere disabilità fisse o temporanee, contro il 2-3% che avviene nelle aziende private. Non servono commenti, credo»

Nulla sappiamo della veridicità del numero citato da Colomban, a dirla tutta. Quello che però è chiaro è che l’attuale giunta capitolina è il capolinea di moltissimi anni di sgoverno delle partecipate, e con la sua condotta sta peggiorando le cose. Soprattutto, se il Campidoglio sta cercando solo di prendere tempo per non mettere mano a voci come l’organico di Atac, il risultato sarà comunque il crack, anche ipotizzando che il concordato passi.

La stessa Ragioneria generale del Comune di Roma pare aver avanzato dubbi sulla proroga di due anni, al 2021, del contratto di servizio di Atac, e l’Antitrust aveva fatto lo stesso nelle scorse settimane, sottolineando che l’affidamento in house deve motivarsi in termini di convenienza economica e qualità dei servizi, e non solo di calcio alla lattina per prendere tempo. Nell’estate del 2016, in una riunione tra vertici Atac dell’epoca e neo-assessori, si ipotizzarono circa 2.000 esuberi, soprattutto tra gli amministrativi. Il M5S ha tracciato la linea rossa di zero licenziamenti e zero cassa integrazione ed ora la sta perseguendo, sempre per purissima negazione della realtà. Di certo, se il “recupero di produttività” offerto ai circa 1.200 creditori (per circa 1,3 miliardi) ed al giudice è quello di applicare il contratto nazionale con 39 ore settimanali in luogo delle 37 attuali, restiamo ben piantati nel mondo dei sogni.

La sintesi è che Atac è un cadavere che cammina, che questa zombificazione è stata prodotta da lustri di malgoverno ma che la condotta, fatta di tatticismi dilatori, della giunta Raggi sta peggiorando la situazione. Perché la realtà resta la solita implacabile stronza, come noto. Per Atac non esiste soluzione indolore ma solo un sistematico incancrenimento, e l’approccio ad un concordato in continuità così morbido non promette nulla di buono. Per i contribuenti italiani, che alla fine pagheranno il conto del fallimento. Perché Atac è la copia carbone di Alitalia.

Addendum – Alcuni utili numeri di raffronto europeo su costi e ricavi medi del TPL:

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