Di Maio Primo, e voi non siete un caxxo

Accadono cose sempre più strane, in questo paese ormai instupidito dalla propria credula ignoranza. Accade, ad esempio, che dalla sera del 4 marzo, un giovane poco più che trentenne ed il suo movimento stiano strepitando in ogni circostanza che l’incarico di formare il governo deve essere dato alla sua parte, perché la sua parte ha vinto il 32% dei voti, su circa il 70% degli aventi diritto che si sono espressi alle urne, e che ogni esito differente sarebbe un grave vulnus alla volontà  popolare. D’acchito, mi verrebbe da commentare sticazzi, ma poiché cerco di mantenere standard qualitativi minimi di comunicazione, cercherò di analizzare questa singolare vicenda.

La posizione di Di Maio è nota: il M5S vuole “cambiare il paese” (perbacco), ha “vinto” le elezioni (ma anche no), pertanto chiunque ed ognuno avranno l’irripetibile opportunità di aderire al suo programma di governo, senza rappresentanza ministeriale ma avendo  il privilegio di votare le leggi del fantagoverno Di Maio, il Popolo lo volle. Immediatamente, la parte più lungimirante della nostra classe digerente, di cui i media sono magna pars e magno megafono, ha deciso che, per motivi di compatibilità tissutale (“so’ de sinistra, keynesiani”), il Partito democratico dovesse essere aiutato a cogliere l’epocale occasione, e conferire i propri voti al Giggino Primo, pena il configurarsi del reato di eversione, come sentenziò qualche Ariete Rosso in trance agonistico-democratica.

Poi, sulla strada del Giggino Primo si è eversivamente posto Matteo Salvini, dopo la collaborazione che ha portato alle due imprescindibili nomine ai vertici delle due Camere. Hai visto mai che fanno il governo loro due, con un Silvio di scorta legato e imbavagliato nel bagagliaio?, si sono detti i più acuti tra i nostri sessanta milioni di concittadini politologi. Invece, è bastato che Salvini astutamente decidesse che il centro-destra e non la sola Lega dovesse essere l’interlocutore del M5S, che subito Sua Maestà l’Unto, al secolo Giggino Primo, si impuntasse.

Dopo aver slurpato per un paio di settimane l’Uomo del Colle, Garanzia Suprema di Equilibrio e Tutela della Democrazia, così come scandito dalla Costituzione più Bella del Mondo, e che i grillini da anni hanno giurato di difendere sino all’ultimo respiro, l’Unto dal Signor Casaleggio ieri sera è sbottato ed ha vergato questo trattato liofilizzato di diritto costituzionale, ad usum gonzini:

«Come abbiamo detto in campagna elettorale è finita l’epoca dei governi non votati da nessuno. Il premier deve essere espressione della volontà popolare. Il 17% degli italiani ha votato Salvini Premier, il 14 Tajani Premier, il 4 Meloni Premier. Oltre il 32% ha votato il MoVimento 5 Stelle e il sottoscritto come Premier. Non mi impunto per una questione personale, è una questione di credibilità della democrazia. È la volontà popolare quella che conta. Io farò di tutto affinchè venga soddisfatta. Se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali, tecnici, di scopo o peggio ancora dei perdenti, lo dica subito davanti al popolo italiano»

Quindi, attenti: mentre voi sprecavate le vostre giornate, serate e nottate davanti alla immancabile #maratomentana del momento, la Costituzione italiana è mutata geneticamente, ed ora prevede l’elezione diretta del primo ministro nella persona del capo azienda del partito che ha preso più voti, in senso relativo. Esiste quindi un premio di maggioranza assai relativa al primo partito al quale gli altri debbono sottomettersi, perché (ehi!), parliamo dell’azienda Onesti & Competenti, che ha sostituito l’azienda Chiari & Forti!

In pratica, questa rivoluzione silenziosa ha abrogato almeno l’articolo 67, il primo comma dell’articolo 94 ed altre frattaglie della Costituzione, rimuovendo la natura parlamentare della medesima, come del resto sapevamo dal famoso statuto degli eletti grillini, coi suoi centomila euro di sanzione per i traditori e per quanti si renderanno responsabili di reato d’opinione differente da quella della Ditta.

Del resto, Di Maio Primo è cresciuto durante il Ventennio berlusconiano, quello dei premier eletti a furor di popolo e dei colpi di stato a ripetizione contro la Volontà Popolare, e ha ritenuto che la Costituzione più bella del mondo dovesse adeguarsi al solco tracciato da Silvio. Quindi, diciamola tutta: lui è il Capo Politico, legittimato da alcune centinaia di click, di un movimento votato dal 32% del 72% degli italiani, cioè circa il 23%, e inoltre guida un palingenetico e catartico veicolo di autocoscienza popolare che redimerà questo Paese. Ma Di Maio Primo sa che ogni rivoluzione necessita di un minimo di adattamento psicologico, perché non tutti sono pronti nello stesso momento alla Rivoluzione:

«Sono sicuro che il capo dello Stato gestirà nel migliore dei modi questa fase. Apprezziamo molto che il Quirinale non stia mettendo fretta alle forze politiche» (Luigi Di Maio, Ansa, 20 marzo 2018)

Non è facile, in effetti, passare da una disfunzionale repubblica parlamentare ad un’altra, in cui un movimento che prende un terzo dei voti governi da solo, contro le Forze del Male e della Conservazione. Giusto che il saggio uomo del Colle attenda, prima di invitare Di Maio Primo a giurare. Del resto, la lista dei ministri l’ha già ricevuta da circa un mese e non ha detto nulla, quindi chi tace acconsente, o no? Persino Enrico Cuccia, da lassù (o laggiù, non è chiaro), benedirebbe il precetto che anche in politica i voti si pesano e non si contano. Ed i voti per il M5S pesano moltissimo, perché sono voti onesti.

Ma se le cose non andranno così, sappiate che la lista dei golpe, inaugurata proprio da Silvio, è destinata ad allungarsi drammaticamente.

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