E Macron sconfisse il muratore polacco

Sotto la spinta del presidente francese Emmanuel Macron, che ne aveva fatto uno dei punti qualificanti della sua piattaforma elettorale, si è ormai prossimi a modificare la norma europea sui cosiddetti lavoratori distaccati (posted workers), dopo l’accordo tra una maggioranza di governi ed il parlamento europeo. Proteste dei paesi dell’Est che beneficiano della direttiva, in particolare della Polonia, a cui giunge il messaggio che una comunità di stati si regge sul compromesso e non sulla estrazione unilaterale di benefici. Ottima occasione per fare il punto su come declinare le spinte nazionalistiche in un contesto cooperativo sovranazionale.

La disciplina europea dei lavoratori distaccati prevede in essenza che un datore di lavoro invii lavoratori su base temporanea in altro paese dell’Unione, per svolgervi un servizio. La proposta di modifica approvata stabilisce che i lavoratori distaccati siano soggetti alla stessa remunerazione e condizioni lavorative di quelli locali. Sinora, il datore di lavoro locale non era obbligato a corrispondere al distaccato altro che i minimi salariali. In questo modo, a parità di mansioni, il lavoratore distaccato finiva con l’esercitare una competizione al ribasso con i locali.

Ciò ha provocato, nel corso degli anni, crescenti proteste, soprattutto in Francia, che Macron ha deciso di fare proprie, denunciando il “dumping sociale” causato dalla direttiva sui distaccati, che a suo giudizio avrebbe contribuito alla sollevazione populista. Con la riforma saranno inclusi anche bonus ed altre erogazioni previste dai contratti locali, incluse ferie ed assicurazione sanitaria; previsto il dimezzamento della durata massima di distacco, a 12 mesi, con possibilità di un semestre di proroga.

Contro la riforma della direttiva hanno votato Ungheria e Polonia. Da quest’ultima proviene il maggior numero di lavoratori distaccati in Ue: ogni anno sono circa mezzo milione i polacchi distaccati, operanti soprattutto nel settore delle costruzioni. Come gesto distensivo verso i paesi dell’Est, è prevista la temporanea esenzione dei camionisti dalle nuove norme.

L’irritazione polacca verso Macron è quindi destinata ad aumentare, mentre Varsavia e Budapest sono impegnate a difendere e promuovere il loro modello di “democrazia illiberale”, per usare il termine coniato dal neo-rieletto a furor di popolo premier ungherese Viktor Orban. Tale modello, ossessionato dal cosmopolitismo occidentale veicolato dalla Ue, è vissuto all’Est come una violenza secondo alcuni osservatori equiparabile nientemeno che all’aggressione sovietica.

Eppure questa Unione europea sovietica torna maledettamente utile ai paesi dell’Est europeo, che sono forti prenditori netti di fondi comunitari. Questi paesi, socialmente ultraconservatori e nazionalisti, si scoprono fortemente liberisti in casa d’altri, quando si tratta ad esempio di rivendicare la libera circolazione delle persone e la concorrenza fiscale intracomunitaria. I miliardi di sussidi della sovietica Bruxelles ed il “liberismo sussidiato” dell’Est possono davvero convivere?

Perché questo è il punto: che tipo di evoluzione della Ue abbiamo in mente? Una basata sulla concorrenza fiscale tra paesi, ma che porterebbe fatalmente alla fine dei fondi di sviluppo ed alla nascita di una Ue molto differente o forse alla sua fine? E quanto durerebbe una comunità economica in cui alcuni appartenenti rivendicano la concorrenza con prezzi più bassi, segnatamente quello del lavoro, a “danno” di altri? Non emergerebbero barriere alla competizione o più probabilmente dazi, più o meno mascherati, come potrebbe accadere in una Ue a due velocità funzione della convergenza macroeconomica?

Ecco qualcosa su cui riflettere, nell’eterno e faticoso gioco della cooperazione tra paesi e regioni per promuovere la crescita economica. Incidentalmente, qualcosa su cui riflettere anche per i nostri cosiddetti sovranisti, quelli che si spellano le mani per il Gruppo di Visegrad ma che al contempo strepitano contro l’idraulico (ed il muratore) polacco e che quindi, nella revisione della direttiva sui distaccati, sarebbero dovuti stare dalla parte di Macron e non di Orban o di Varsavia? Un mondo complesso, senza dubbio. Forse perché il nazionalismo non produce soluzioni cooperative stabili, voi che dite?

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