Africa, ci risiamo con la crisi del debito

Il Fondo Monetario Internazionale suona l’allarme per le condizioni di stress di debito in cui versano numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni, complice sia la precedente fase di boom dei prezzi delle materie prime sia la fame di rendimenti da parte degli investitori internazionali, molti paesi africani hanno considerevolmente aumentato il proprio debito. Al venir meno delle condizioni favorevoli, il rischio default è schizzato.

Ciad, Sud Sudan, Repubblica del Congo e Mozambico nel 2017 sono entrati in condizioni di “stress di debito”, come indica il FMI, cioè sono finiti in default o si trovano nell’anticamera di questa condizione, non riuscendo a servire il debito. Quel che è peggio, come rileva il FMI nel suo Fiscal Monitor, è che questi paesi non hanno registrato aumenti degli investimenti o del tasso di crescita a seguito del maggior ricorso al debito. In altre parole, il debito è finito ad alimentare soprattutto spesa corrente, oltre che l’abituale enorme corruzione, ad esempio con i buchi nelle imprese statali, con le élite al potere che dirottano risorse verso paradisi fiscali o comunque banche estere.

Molti paesi si sono inoltre indebitati in valute estere, ed ora hanno i classici problemi di servire quel debito, dopo i forti ribassi dei prezzi delle materie prime che hanno inflitto uno shock negativo alle ragioni di scambio. La differenza con precedenti crisi del debito africano, come quella che portò ad iniziative multilaterali di cancellazione condizionata, è che oggi il debito è soprattutto contratto sui mercati internazionali, a condizioni penalizzanti rispetto a quello con stati ed organismi sovranazionali che portò alla precedente crisi del debito.

Secondo lo stesso FMI, dal 2013 al 2017 l’incidenza mediana del debito pubblico sul Pil, per i paesi a basso reddito, è aumentata di 13 punti percentuali, portandosi al 47%. Secondo l’agenzia di rating Fitch, nei prossimi cinque anni i paesi dell’Africa sub-sahariana dovranno ripagare 6,5 miliardi di dollari di debito, contro gli 1,4 miliardi di dollari del quinquennio precedente.

Che fare, quindi? Agli Spring Meetings del Fondo, a Washington, le soluzioni proposte sono sempre quelle: privatizzare per rilanciare gli investimenti, riqualificare la spesa pubblica, aumentare le entrate fiscali, soprattutto quelle sui consumi, visto che oggi gli oneri di servizio del debito sono pari al 20% delle entrate fiscali, con un raddoppio della loro incidenza nell’ultimo decennio. Né manca chi accusa il FMI di non aver avvertito per tempo del disastro in via di formazione, il che è piuttosto singolare. Forse in futuro il FMI dovrà dotarsi di truppe di invasione per i paesi che ignorano i suoi warning.

Quello che accadrà, se la situazione non verrà risollevata, magari dall’attuale fase di ripresa dei prezzi delle materie prime, è che le misure correttive eventualmente adottate dai paesi coinvolti, e che produrranno sofferenze sulla popolazione, alimenteranno flussi migratori e condanne per lo “sfruttamento” e le sofferenze inflitte dal mercato cattivo. Scordando che su quei paesi da sempre pesano la maledizione delle materie prime e quella, ad essa complementare, di avere una classe politica di predatori.

Dopo di che, interverrà (entro dati limiti) la Cina, assicurandosi quote crescenti di risorse locali, gli europei si prenderanno solo le migrazioni, qualche nostro politico farneticherà di Piano Marshall e qualche altro capitalizzerà le migrazioni in sede elettorale. Forse servirebbe anche una riflessione sul circolo vizioso di paesi che non riescono a produrre altro che boom effimeri seguiti da depressioni profonde, oltre che mediamente privi di capacità di programmazione economica. Quanto al resto, prepariamoci alla solita retorica sul “debito odioso”, sulle “colpe dell’Occidente sfruttatore” e sul “mercato che rende schiavi”.