Centri per l’impiego: quanto costa riportarli in vita

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

su Il Fatto Quotidiano del 6 giugno, Stefano Feltri nell’articolo “Il grande caos dei centri per l’impiego, primo ostacolo sulla via del reddito di cittadinanza” analizza i problemi di avvio del progetto caldeggiato da M5S, osserva che caricare del lavoro sottostante al reddito di cittadinanza strutture come i centri per l’impiego “la cui missione è oggi piuttosto confusa” rischia solo di creare danni. Conclusione condivisibile, ma rimane aperto un problema: cosa fare per evitare che l’attività dei centri per l’impiego risulti dannosa ed inefficiente, oltre a risultare confusa?

Partiamo da questo ultimo elemento, la “confusione”. Nella realtà, l’assenza di un’idea precisa di cosa facciano i centri per l’impiego e di quale sia la mole di lavoro svolta deriva, spesso, dalla mancata volontà di analizzare dati che pure esistono.

Un primo lo sottolinea lo stesso Feltri: ogni singolo dipendente dei centri per l’impiego (che sono in numero inferiore ai circa 8.000 indicati dal giornalista, come effetto della utilissima riforma delle province) deve curare 274 disoccupati. Il raffronto con i Paesi nostri competitori è mortificante (la tabella si riferisce a dati di una decina di anni fa, ma le proporzioni sono ancora corrette):

CPI 1

D’altra parte, la spesa complessiva per politiche attive del lavoro in Italia non si segnala per particolare generosità:

Spesa politiche attive lavoro

Meglio non paragonarsi a Germania e Francia, ma anche la mitica Danimarca della mitica flexsecurity spende sui servizi pubblici per il lavoro quasi il triplo dell’Italia.

Non ci vuol molto a comprendere che in Italia esiste un problema rilevantissimo di sottofinanziamento dei servizi per il lavoro ai disoccupati.

In quanto alla “confusione”, nella realtà il Jobs Act, attraverso il decreto legislativo 150/2015 ha avuto almeno il benefico effetto di chiarire una volta e per sempre quali sono le attività proprie dei centri per l’impiego, senza alcuna confusione:

  • Orientamento di base, analisi delle competenze in relazione alla situazione del mercato del lavoro locale e profilazione;
  • Ausilio alla ricerca di una occupazione, anche mediante sessioni di gruppo, entro tre mesi dalla registrazione;
  • Orientamento specialistico e individualizzato, mediante bilancio delle competenze ed analisi degli eventuali fabbisogni in termini di formazione, esperienze di lavoro o altre misure di politica attiva del lavoro, con riferimento all’adeguatezza del profilo alla domanda di lavoro espressa a livello territoriale, nazionale ed europea;
  • Orientamento individualizzato all’autoimpiego e tutoraggio per le fasi successive all’avvio dell’impresa;
  • Avviamento ad attività di formazione ai fini della qualificazione e riqualificazione professionale, dell’autoimpiego e dell’immediato inserimento lavorativo;
  • Accompagnamento al lavoro, anche attraverso l’utilizzo dell’assegno individuale di ricollocazione;
  • Promozione di esperienze lavorative ai fini di un incremento delle competenze, anche mediante lo strumento del tirocinio;
  • Gestione, anche in forma indiretta, di incentivi all’attività di lavoro autonomo;
  • Gestione di incentivi alla mobilità territoriale;
  • Gestione di strumenti finalizzati alla conciliazione dei tempi di lavoro con gli obblighi di cura nei confronti di minori o di soggetti non autosufficienti;P
  • Promozione di prestazioni di lavoro socialmente utile.

Nel solo Veneto, un totale di poco meno di 400 addetti, ad esempio, annualmente fa fronte ad un impatto annuo (dati 2017, fonte Veneto Lavoro) di circa 140.000 persone che dichiarano di essere disoccupate, cui consegue la stipulazione di altrettanti patti di servizio, oltre 81.000 colloqui individuali, riunioni di orientamento di gruppo, oltre 22 mila attivazioni di tirocinio, oltre 85 mila pubblicazioni di curriculum per l’incontro domanda/offerta, circa 10.000 pubblicazioni di domande di lavoro da parte delle aziende.

Il fatto, è, caro Titolare, che non v’è confusione su cosa vi sia da fare. Vi sono risorse troppo esigue rispetto alla mole di lavoro svolta, il che poi incide sui benefici concreti per i lavoratori e per le imprese.

Dunque, un investimento di 2 miliardi nei servizi pubblici per il lavoro, come immaginato dal “contratto di governo” avrebbe un suo senso, specie se consideriamo che la Germania ne spende 11 miliardi, la Francia 5,4 miliardi, la Spagna 1,6 miliardi e noi solo 650 milioni. Ci avvicineremmo a standard di spesa dai quali fin qui siamo stati lontanissimi.

Certo, occorre prendere atto che la spesa di 2 miliardi non potrebbe essere considerata una tantum, ma a regime. Buona parte di questa spesa andrebbe investita nel reclutamento del personale: a fronte dei neanche 7.000 dipendenti dei centri per l’impiego in Italia, ve ne sono 100.000 in Germania. Ma, occorrerebbero anche investimenti in formazione di questo personale e in infrastrutture: dalla creazione di banche dati e reti finalmente forti ed unite (è insensata la impermeabilità tra banche dati dei servizi pubblici del lavoro e dell’Inps), alla logistica, visto che le sedi stesse dei centri per l’impiego in gran parte sono piccole, poco funzionali, inadeguate logisticamente.

E servirebbero anche livelli essenziali delle prestazioni chiaramente definiti, ma soprattutto adeguati alle risorse disponibili.

Il reddito di cittadinanza potrebbe essere il cavallo di Troia per porsi finalmente il problema di un’evoluzione di servizi che per troppi anni sono stati abbandonati a loro stessi, finché ha funzionato il “welfare familiare” e lo sviluppo arrestatosi negli anni ’90 del secolo scorso ha garantito l’incontro domanda/offerta di lavoro quasi naturalmente, senza troppe necessità di intermediazioni e regole.

Occorre, allora, la consapevolezza che un piano di investimento di questa natura non può essere attuato in breve tempo, ma deve essere pluriennale, con una crescita graduale dei servizi e dei livelli delle prestazioni previste, in parallelo agli investimenti.

Come dice, Titolare? Dove si trovano i 2 miliardi l’anno per attuare il piano ed attivare, col reddito di cittadinanza comunque un sistema finalmente efficiente? Permetta, Titolare, a questi pixel di rispondere chiedendoLe una domanda di riserva.

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Grazie, caro Luigi, per tutte queste considerazioni che gettano luce sul mondo della pubblica amministrazione in senso lato, e contribuiscono a contrastare alcuni luoghi comuni. Se permetti, qualche domanda di riserva l’ho io: cosa garantisce che questi due miliardi annui (ed oltre, forse) non finirebbero nel gigantesco sciacquone dei progetti pubblici senza analisi ex ante ed ex post e l’unica occupazione creata non sarebbe quella dei dipendenti dei centri? E le stesse funzioni potrebbero essere svolte da strutture private accreditate oppure siamo di fronte ad un caso di fallimento del mercato? Sono certo che sarai tu a fornire analisi e risposta, se e quando sarà il momento (MS)

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