E Savona si ipoteca il Colosseo

Ieri è uscito un imprescindibile documento, elaborato dagli uffici del ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, destinato a fornire una pluralità di spunti di riflessione sulle riforme della governance europea. Anzi. della politeia, come tiene a rimarcare il ministro, perché governance è troppo tecnocratico ed aziendalistico, mentre politeia indica qualcosa di ben più elevato e complesso, nella categoria del bene comune. Tutto ciò premesso, vediamo i punti qualificanti per mutare l’architettura istituzionale dell’eurozona, almeno secondo Savona.

Nel documento c’è pure l’esergo, tratto nientemeno che dal Principe di Machiavelli, a ribadire che noi italiani disponiamo di pensatori sopraffini e dallo spessore culturale che si alimenta di secoli di storia dell’espressione geografica poi unita in malo modo dai Savoia. Il punto centrale dell’argomentazione di Savona è che oggi la politica fiscale sarebbe subordinata alla stabilità monetaria. Il fatto che l’Eurozona non sia area valutaria ottimale sarebbe debolmente contrastato, sempre secondo la valutazione di Savona, dalle politiche comunitarie agricole e da quelle di coesione; che tuttavia, sempre a suo giudizio, perdono di efficacia a causa di “vincoli burocratici che ne ostacolano l’efficacia”.

Beh, può essere. Nel caso italiano, quei vincoli burocratici e varie forme di malversazione operano al massimo grado ma è difficile imputarne la criticità all’architettura europea, ministro Savona. In Eurozona, secondo l’economista sardo, c’è un problema di crescita insufficiente, e due tribù di guaritori che si fronteggiano: gli offertisti, che Savona considera il mainstream e che, neppure troppo tra le righe, ritiene abbiano fallito e creato disagi e sofferenze nella popolazione; ed i “domandisti”, che poi sarebbero i discendenti di Keynes, quelli per cui basta uno stimolo fiscale ben piazzato e tutto si sistema: dalla disoccupazione di lungo periodo alla disfunzione erettile.

Dal lato della domanda, quindi,

«[…] il Governo italiano richiede uno specifico impegno sugli investimenti capaci di creare economie esterne alle imprese e benessere sociale, come strumento indispensabile per una maggiore crescita del reddito e dell’occupazione»

Oh, e ci voleva tanto a dirlo? Attenzione, però: per Savona la politica monetaria deve diventare ancillare a quella fiscale e non viceversa, come (secondo lui) sarebbe finora accaduto. E partiamo con le critiche alla Bce, numerose e non sempre lucidissime. Iniziamo:

«I poteri di intervento sul cambio estero dell’euro e quelli di svolgere funzioni da prestatore di ultima istanza (lender of last resort) sono stati attivati da pressioni derivanti da eventi straordinari e dall’abilità del Presidente, ma non sono espressamente previsti nel suo Statuto. La BCE ritiene d’aver operato sul cambio estero e di aver agito contro la speculazione nella misura necessaria sulla base di regole di comportamento che essa stessa si è data o sono state concordate nei consessi internazionali ai quali partecipa»

Questo è un antico pallino di Savona, che crede che la Bce dovrebbe essere una monade un po’ stronzetta che va in giro per il mondo a fare svalutazioni competitive dell’euro, mentre gli altri governi si scansano festanti davanti alle esportazioni dell’Eurozona spinte da tali svalutazioni. Si vede molto nitidamente che Savona è un italiano che ha vissuto il culmine della sua vita professionale parecchi lustri addietro.

Segue poi austera minaccia alla Bce medesima:

«In materia di cambi, i poteri di usare il canale estero sono stati delegati alla BCE dal Consiglio europeo, che ha potere di revocarli, possibilità di cui si deve tenere conto per una politica monetaria capace di affrontare ogni contingenza economica e politica»

Ricorda molto un concetto del tipo “ehi, tu, chi ti ha dato la concessione?”, che in Italia è argomento di dolorosa discussione in queste settimane. Ed ecco il carico:

«Per quanto concerne l’esercizio della funzione di lender of last resort, la BCE è vincolata dalla proibizione di creare base monetaria attraverso il canale Tesoro e da altri condizionamenti, ai quali essa aggiunge quello di sottoporre i suoi interventi a vincoli sull’esercizio della sovranità fiscale nazionale in linea con l’impostazione della politica economica dell’Unione Se i poteri di intervento contro la speculazione fossero veramente pieni, gli spread tra rendimenti dei titoli sovrani si dovrebbero azzerare»

So che non avete capito nulla ma rassicuratevi: siete e siamo in tanti. Peraltro nel documento manca anche un punto, come notate. Quello che non manca è la struggente nostalgia di Savona per l’Età dell’Oro precedente al fatale divorzio tra Tesoro e Bankitalia, nel 1981. In effetti l’orologio dell’economista sardo è rimasto bloccato ad allora. La sintesi però è questa: la banca centrale deve azzerare gli spread, altrimenti è un fallimento istituzionale.

Il fatto che Savona viva cocciutamente negli anni Ottanta, non si sia mai rassegnato al divorzio tra Tesoro e Bankitalia e creda che le svalutazioni competitive muovano il mondo, si coglie anche da quest’altra frase piuttosto convoluta, sempre a critica della Bce. I grassetti sono miei:

«La BCE opera peraltro in un contesto di regole carenti in materia di commercio internazionale. Quando nel 1971 è crollato il regime di Bretton Woods, non si è provveduto a integrare lo Statuto del WTO con la regola che, per partecipare agli scambi mondiali, ogni paese avrebbe dovuto praticare il medesimo regime di cambio. Perciò gli interventi in materia da parte della BCE devono anche perseguire uno scopo compensativo degli effetti che derivano dalla lacuna di questa regola che consente ai paesi aderenti di praticare il regime di cambio desiderato, dando vita a mutevolezze del quadro valutario internazionale. Se la BCE non tiene debito conto di questa situazione, incombe sulla politica fiscale degli Stati membri il bisogno di controbilanciare gli effetti negativi derivanti dagli andamenti della competitività internazionale alterati dai movimenti dei cambi. In materia manca un’approfondita riflessione»

Aspettate, non cercate di impiccarvi come l’adorabile vecchietta de “l’Aereo più pazzo del mondo”, devastata dalla logorrea del suo vicino di posto! Ve lo traduco io: vuol dire “se gli altri paesi fanno svalutazioni competitive, anche noi dobbiamo poterle fare, o almeno difenderci”. Bello, se non fosse che gli italiani tendono a vedere il mondo come una ininterrotta sequela di agguati ai propri danni e i rapporti valutari tra aree come una gigantesca rappresentazione hobbesiana ed a somma negativa, in luogo di una faticosa ma nel complesso soddisfacente collaborazione, almeno sino al momento in cui non è arrivato Trump.

E come si gestisce, questa ritrovata “libertà” fiscale dei singoli paesi portata dalla politeia? In primo luogo, rassicurando gli altri paesi dell’Eurozona:

«Se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della BCE fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al PIL, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate»

Prego? Di quali “rimborsi” parliamo? Forse di quelli di un fondo europeo di stabilità rivisto e reso meno austero rispetto all’assetto attuale? Quindi non si tratterebbe di più deficit del singolo paese ma di trasferimenti a tasso agevolato e garantito dalla Bce, in comode rate assai dilazionate. Ma garantite dal gettito fiscale futuro del paese in espansione fiscale (noi) e, se non bastasse, anche dal pegno di sue proprietà pubbliche. O magari dall’oro italiano da consegnare alla Bundesbank. Ricorda qualcosa?

In pratica, qui Savona si è ipotecato il Colosseo, confermando di non essere un sovranista bensì un vero e convinto europeista. Per convincervi di ciò, leggete questa bella frase del ministro:

«I molti canali che inducono una minore crescita del reddito e dell’occupazione, spingono i paesi a chiudersi in un’assurda difesa della sovranità nazionale nella speranza che questa sia la soluzione, come accaduto per la Brexit»

Che meraviglia, eh? E prendete anche questa, e mangiatene tutti:

«Ai problemi tradizionali si è aggiunta la necessità di affrontare gli effetti del processo di deglobalizzazione in corso, che richiedono una più attiva politica fiscale senza ricorrere a inefficaci ritorsioni come l’innalzamento di barriere tariffarie e non tariffarie nei confronti dei paesi che lo hanno deciso. L’Unione Europea non deve accettare passivamente questi effetti, ma reagire con un’adeguata politica fiscale»

Che non è niente male, per un prestigioso studioso che incita la banca centrale a fare svalutazioni competitive nello stesso momento in cui, come potete leggere, denuncia il protezionismo. Esco pazzo ma torno subito, tranquilli. E tuttavia…più domanda interna mediante stimolo fiscale vuol dire più importazioni. Uhm. Vabbè.

Tornando alle rassicurazioni ai prestatori europei, c’è anche un ulteriore vincolo dinamico, siori e siore:

«Ovviamente tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/PIL»

Ve la traduco: il deficit aggiuntivo deve produrre un aumento del Pil nominale di almeno uguale entità. Cioè, il moltiplicatore deve essere almeno pari all’unità.

Quindi, ultimo riepilogo prima del bicchiere della staffa di trielina on the rocks: i paesi dell’Eurozona prestino a chi desidera attuare espansioni fiscali, finalizzate ad investimenti; i prestiti siano a lungo termine ed al tasso ufficiale Bce, senza che tali paesi siano costretti ad andare sul mercato e pagare il proprio rischio di credito.

Il nuovo deficit sarebbe molto proficuo, grazie al fatto che Savona conosce ex ante a quanto ammonta esattamente il moltiplicatore di ogni singola tipologia di investimenti pubblici, in una riuscita imitazione del Padreterno (“sarebbe uno e tre, professo’: che faccio, lascio?“); per questo potremo permetterci di costituire in pegno il nostro gettito fiscale e le nostre proprietà pubbliche nazionali. Che dite, può andare? Affare fatto?

Bene: allora, nei prossimi mesi,

«Il Governo italiano assumerà tutte le iniziative utili per dare vita a un Gruppo di lavoro ad alto livello, composto dai rappresentanti degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione, che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati. Il Gruppo di lavoro ha lo scopo di sottoporre al Consiglio europeo, prima delle prossime elezioni, suggerimenti utili a perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Unione e alla coesione tra gli Stati membri»

Preparatevi, quindi. Soprattutto a leggere sui nostri media di questa fantasmagorica iniziativa. Già immaginiamo espressioni facciali piuttosto impegnative, a livello di muscoli coinvolti, nelle cancellerie europee destinatarie di questi appunti di lavoro. Però non preoccupatevi, amici europei: gli italiani non sono pericolosi. Se non a se stessi.

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