La Neolingua nel paese dei somaristi

Ieri è stato depositato in Commissione Lavoro della Camera il testo rivisto della proposta di legge che taglia le cosiddette pensioni d’oro. Rivisto è termine piuttosto impegnativo, visto che l’impianto della proposta di legge resta immutato. Però vedrete che i nostri eroi insisteranno a dire che si tratta in realtà di “ricalcolo contributivo”, e i giornalisti, a stragrande maggioranza, obbediranno docili ad amplificare e diffondere il nuovo vocabolo della Neolingua.

Ho trattato del tema qui e qui, anche nella nuova versione le incoerenze restano intatte. L’assenza di dati sulla storia contributiva dei dipendenti pubblici è il maggior ostacolo all’attuazione della misura secondo gli intendimento originari, che erano sacrosanti anche se di scarso gettito, come del resto la versione attuale.

Si va quindi verso l’avvio dell’iter parlamentare di una misura che stabilisce un ricalcolo attuariale in base all’età di uscita dal lavoro raffrontata a quella prevista dalle norme attuali, con tutti i rischi di penalizzare pesantemente, ad esempio, donne e militari. Ma resta anche il punto di una decurtazione che andrà a colpire chi ha una storia contributiva tracciabile e che si troverà a ricevere di meno, retroattivamente.

La misura, ammesso che divenga legge, sarà ovviamente sfidata davanti alla Consulta, ed abbattuta. Renderà, secondo le stime dell’esperto di temi previdenziali Stefano Patriarca, non più di 200-300 milioni di euro, che saranno ulteriormente ridotti dagli aggiustamenti fatti in itinere per limitare i danni sulle categorie più penalizzate dal ricalcolo attuariale, nel tentativo di evitare accuse di incostituzionalità. Non servirà ad alcunché sul piano delle risorse disponibili per raggiungere la “pensione di cittadinanza”, fissata dai grillini a 780 euro mensili; che se attuata compiutamente, includendo ad esempio gli invalidi civili, costerebbe una quindicina di miliardi annui.

Il provvedimento è stato arricchito di uno zuccherino molto pop, e tuttavia sacrosanto: l’intervento sulle pensioni dei sindacalisti, che sinora potevano godere di una spinta all’assegno pensionabile effettuando un versamento contributivo aggiuntivo poco prima di lasciare il lavoro. Nel 1992, il governo Amato fissò il calcolo della retribuzione pensionabile sulla media degli ultimi dieci anni di lavoro ma lasciò intatto l’indecente privilegio dei sindacalisti, basato sulla retribuzione all’ultimo giorno di lavoro, opportunamente aumentata da versamenti una tantum. L’Inps ha calcolato che questo giochetto ha prodotto per i fortunati “rappresentanti dei lavoratori” pensioni maggiorate tra il 16% ed il 66%, con una maggiorazione media del 27%.

Quest’ultimo intervento è certamente cosa buona e giusta, anche se praticamente non fornirà gettito. Resta il punto centrale: questo non è un ricalcolo contributivo degli assegni pensionistici. Verrà sfidato e molto probabilmente cancellato dalla Consulta, e si tornerà al via. Ma sino a quel momento dovremo sentire la martellante propaganda di chi dirà che “è giusto far pagare chi riceve molto più dei contributi versati”, e la realtà starà ovviamente altrove.

Ma non per il giornalista collettivo italiano, ormai pienamente integrato nel sistema, e che definisce “pace fiscale” uno spudorato condono permanente allo stesso modo in cui definisce “flat tax” una misura (ormai defunta, tra l’altro) che prevede un sistema multi-aliquota Irpef. Sono i frutti dell’aberrazione linguistica che ci ha regalato l'”obbligo flessibile” sui vaccini. In parte, queste perversioni sono semplicemente la reazioni adattive alla durezza della realtà: se qualcosa è infattibile, meglio che le denominazioni restino immutate, al punto da negare l’evidenza.

Voi pensate davvero che, in giro per il paese, ci sia gente che andrà tanto per il sottile davanti alla possibilità di segare assegni pensionistici di 4.500 euro mensili? E soprattutto che riesca a capire le tecnicalità che ci stanno dietro? Anche no, diranno che “lo ha detto la televisione”, in talk con ospiti politici bercianti e conduttori sorridenti in modalità “prego, si accomodi e dica tutte le stronzate che ritiene possano esserle utili”. Questo resta un paese fottuto dalla propria incoercibile ignoranza, oltre che minato dalla tabe dell’invidia sociale, quella per cui ogni reddito elevato (altrui) è per definizione frutto di ladrocinio e truffa.

Infatti ieri è svettato, per tempestività, il commento di tal Maria Pallini, che pare sia la capogruppo pentastellata in Commissione Lavoro della Camera, che ha scolpito:

«È un segnale importante nella nostra lotta agli sprechi. Si tratta di una misura necessaria per ristabilire il giusto equilibrio tra contributi versati e pensione ricevuta: non verrà dato nemmeno un euro in più di quello che è dovuto a ciascuno di questi pensionati»

Commenti? Secondo me non sono cattivi ma semplicemente programmati. Hanno capito che ripetere ossessivamente una menzogna finisce col renderla vera. Hanno anche autorevoli figure storiche a confortare questo metodo di lavoro.

P.S. Sulla “pace fiscale”, alla fine si tratta di un’astutissima variazione sul tema della “evasione di necessità”. Le imprese minori e gli artigiani che riterranno di non riuscire a raggiungere l’utile prefissato, alzeranno la bandierina dicendo “Alt! Non ce la faccio, assistetemi a saldo e stralcio!”, e così le imposte diverranno la variabile residuale degli impegni finanziari di alcune imprese. Si tratta dell’apoteosi del modello leghista di cui scrivevo giorni addietro: fare quanto più nero possibile e godere di quanti più sussidi possibili, incluso quello di pagare le tasse se, quando e quanto se ne ha voglia. Con questo assalto al gettito fiscale, cosa potrà mai andare storto, se tutti ci concentreremo a dare la colpa a Tria o agli “ottusi burocrati di Bruxelles”?

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