Il munifico Tridico e il paltò di cittadinanza

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

che il Reddito di Cittadinanza sia frutto di una rilevante confusione tra politiche sociali e politiche del lavoro è stato già rilevato. Resta ancora difficile capire concretamente in cosa consista, al di là dell’attribuzione ai destinatari della tessera prepagata, per fare fronte ad alcune spese quotidiane.

A ingenerare nuova incertezza è il commissario e presidente in pectore dell’Inps, che su Il Fatto Quotidiano del 29 aprile, intervistato da Stefano Feltri, a proposito dell’entità del reddito (il cui minimo è 40 euro), vagheggia un’altra sua possibile destinazione:

Per il futuro sarebbero utili dei minimi differenziati per categoria. Per esempio un basic income per giovani in percorsi di studio sulle arti e la cultura che offrono carriere incerte. Un Paese fondato sulla cultura ha bisogno di quelle professionalità.

Insomma, Reddito di Cittadinanza che diviene uno e trino: politica sociale contro la povertà, politica attiva del lavoro e anche borsa o incentivo agli studi. Un po’ come il famoso, miserabile lacero e già impegnato paltò di “Miseria e nobiltà”, col quale l’immenso Totò avrebbe dovuto finanziare una luculliana spesa per la famiglia.

Mentre il radar che cerca di capire cosa in effetti sia il RdC si offusca, tuttavia un sistema per comprendere meglio di che si tratti, almeno dal punto di vista delle politiche del lavoro, vi sarebbe: leggere con più attenzione il d.l. 4/2019, convertito in legge 26/2019.

L’articolo 12 di questa disposizione potrebbe chiarire un po’ di questioni. Infatti si stabilisce che, almeno nella prima fase di attuazione e fino al 31 dicembre, 2021, i beneficiari del Reddito di Cittadinanza con prospettive di reinserimento nel lavoro decorsi trenta giorni dalla data di liquidazione del Reddito ricevono dall’ANPAL l’assegno di ricollocazione.

Ricorda, Titolare, l’assegno di ricollocazione? Il suo flop, largamente previsto e prevedibile, è stato piuttosto clamoroso. Ma, siccome non si riesce facilmente a partire dai fallimenti per comprenderne le ragioni e modificare le politiche (strana cosa l’analisi d’impatto delle leggi, vero?), allora prevale l’insistenza a qualsiasi costo anche per le misure non ben riuscite, diciamo.

Di fatto, visto che assicurare, a beneficiari del RdC in generale poco spendibili nel mercato del lavoro, tre offerte di lavoro, insieme con proposte di formazione e di orientamento, sarà tutt’altro che facile, con un’economia ancora in crisi, sembra proprio che l’Assegno di Ricollocazione possa risultare l’unico concreto strumento attivabile. Tanto che, come dispone la norma vista prima, sarà attivato d’ufficio dall’Anpal, che così vedrà realizzata finalmente la politica del lavoro che ha, fin qui, fatto registrare un profondo disinteresse da parte dei cittadini.

In sostanza, dunque, il Reddito di Cittadinanza, almeno per i beneficiari che saranno obbligati a sottoscrivere il Patto per il Lavoro, diviene (anche) il titolo per ottenere le misure di accompagnamento attivo alla ricerca di lavoro connesse con l’Assegno di Ricollocazione; con la particolarità che destinatari di queste misure non saranno più solo i percettori di Naspi, ma anche e soprattutto disoccupati con situazione reddituale e patrimoniale sotto la soglia della povertà.

Ma, stando così le cose, non sarebbe stato opportuno configurare le misure in modo da evitare la confusione che deriva dal RdC così come disciplinato dalla norma vigente?

Estendere l’Assegno di Ricollocazione ai disoccupati non percettori di Naspi e privi di altre protezioni sociali, oltre che a basso reddito, di per sé non è affatto un’idea malvagia: le politiche del lavoro debbono riguardare, certo, chi ha perso il lavoro e dispone della Naspi, sia per reintrodurli nel mercato prima che perda professionalità, sia per provare a ridurre l’onere finanziario della misura. Ma l’attivazione dei disoccupati, specie in un sistema come quello italiano caratterizzato dall’enormità del numero degli “scoraggiati”, cioè coloro che nemmeno cercano più un lavoro, non può non estendersi anche a chi non disponga di ammortizzatori sociali.

Una maggior pazienza, accompagnata da un’analisi di impatto ex ante, avrebbe, allora, forse suggerito di distinguere le tipologie di intervento. Lasciando al Reddito di Cittadinanza la più propria configurazione di strumento di carattere sociale, finalizzato a contrastare la povertà, quale ostacolo non alla ricerca di lavoro, ma alla stessa compiuta vita sociale di ogni giorno.

Alle politiche attive del lavoro sarebbe stato opportuno riservare misure specifiche, dedicate in modo chiaro a chi cerca il lavoro e a ciò possa dedicarsi una volta superati i problemi di inclusione sociale, costruendo, come in fondo si prevede con l’Assegno di Ricollocazione, una dote finanziaria virtuale, da spendere in servizi di ricerca e formazione, resi non solo dal pubblico, ma anche dalla rete delle agenzie private.

Per quanto riguarda l’istruzione, misure ad hoc vi sono già: borse di studio, progetti europei, finanziamenti anche dei fondi interprofessionali. Potenziare o reindirizzare questi appare più razionale di concentrare tutto nel Reddito di Cittadinanza, la cui estensione estrema ad ogni possibile necessità sociale rende sempre più difficile la sua concreta efficacia.


C’è da dire che il commissario-presidente Inps in questo periodo pare colto da una sorta di trance agonistica, che lo porta ad esternare a ruota libera su nuove e meravigliose misure di spesa pubblica “sociale”. Ho l’impressione che, sentendosi da sempre definire come “il padre del reddito di cittadinanza”, abbia finito col prendere questa denominazione come una missione a produrre sempre nuove e meravigliose forme di sovvenzione pubblica, in un magico mondo iper keynesiano che si solleva da terra tirandosi per le stringhe del deficit. Al nostro demiurgo, il consiglio non richiesto di fare un respiro profondo: dicono contrasti l’ipossia, soprattutto quella da ideologia.
PS: avete notato che anche il protagonista di “Miseria e nobiltà” si chiama Pasquale? (MS)

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