Messina e l’Italia: istruzioni per l’Intesa

Su Repubblica, intervista di Andrea Greco all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Occasione per esplicitare il manifesto “politico” del capo della prima banca italiana, una delle migliori in Europa malgrado il paese di provenienza.

Messina esprime la spiccata sensibilità sociale che è propria delle fondazioni azioniste della banca, chiedendo una “crescita giusta e redistributiva”. Si lascia andare al solito keynesismo molto italiano quando parla di “maggiore crescita, anche in deficit”. Pare che il magico moltiplicatore abbia fan ovunque, in questo paese.

Poi, enfasi su formazione, istruzione, ricerca e sviluppo, nel paese che spende ogni anno 75 miliardi per interessi sul debito. Segue lip service alla straordinaria solidità dell’economia italiana:

Lo spread attuale a 277 punti base non riflette minimamente i multipli di solidità economica del Paese: se scendesse della metà sarebbe ancora alto, data la forza del sistema.

Tutto molto bello ma sarebbe utile essere consapevoli che “la forza del sistema” rischia di essere soprattutto patrimoniale, accumulata nelle generazioni, e che ora torna utile per garantire lo stock di debito pubblico. Per ora, sostiene Messina, gli investitori internazionali sono ancora “disposti” ad investire in Italia ma serve muoversi:

Qualunque risultato esca alle elezioni europee, avremo nei tre mesi successivi una finestra per imbastire questa strategia e non dobbiamo sprecarla. Sono appena tornato da incontri con gli investitori internazionali: malgrado le preoccupazioni su dazi Usa la liquidità è ancora abbondante e la disponibilità a investirla in Italia è intatta. Se faremo le cose giuste, già in estate si potrà innescare una spirale di fiducia. Altrimenti c’è il rischio che torni il timore dei mercati sul Btp. E non parlo di quattro fondi speculativi ma dei grandi nomi della finanza che ci hanno prestato molti soldi, e vogliono essere legittimamente sicuri che l’Italia possa restituirli.

Che è un po’ contraddittorio: siamo solidissimi, il mercato non ci prezza correttamente (chissà perché, poi, mah) ma, insomma, “fate presto” perché altrimenti qualche grande investitore, che ci ha prestato “molti soldi” potrebbe innervosirsi.

Per Messina è centrale tagliare lo stock di debito. E come? In due modi, secondo lui:

Il primo è tagliare la spesa pubblica lavorando sull’effetto prezzo: su un totale di 800 miliardi è inimmaginabile che lo Stato non abbia elementi per negoziarla al ribasso con i fornitori, come facciamo noi in banca approfittando della dimensione.

Interessante approccio aziendale ai conti pubblici. E tuttavia, mi colpisce questa similitudine tra percettori di spesa pubblica e fornitori aziendali. Ad esempio, il dottor Messina saprà certamente che tra i “fornitori” della PA ci sono i dipendenti pubblici ed i pensionati, che pesano non poco sulle uscite. Quindi che facciamo, “rinegoziamo al ribasso” queste “forniture”? Oppure quelle della sanità, dove il costo della leggendaria siringa c’entra sino ad un certo punto ma quello del personale assai di più, oltre che l’invecchiamento della popolazione, che spinge all’insù la spesa? Dopo questa spending review di impronta aziendalistica, veniamo alla seconda leva strategica:

[…] costruendo una macchina di fondi a livello locale per valorizzare i 1.000 miliardi di attivi pubblici, in buona parte immobili in mano a 20 mila enti. Non esiste azienda al mondo che ha 1.000 miliardi di attivi in sonno e 2.300 miliardi di debito. Con un po’ di regia e qualche esenzione fiscale, lo Stato potrebbe costituire 20-30 fondi specializzati in cui invitare fondi italiani, stranieri, banche e Fondazioni, tutti desiderosi di investire a tassi favorevoli in questa fase. I fondi esteri stanno tornando a comprare prodotti strutturati di credito: tanto meglio allora avere garanzie immobiliari italiane. In tal modo si ravviverebbe anche la ristrutturazione dei cespiti, e con essa l’edilizia.

Anche qui, tutto molto bello. Se poi Intesa Sanpaolo dovesse giocare un ruolo primario nella valorizzazione di tali fondi immobiliari, anche dietro sollecitazione a mezzo di “qualche esenzione fiscale”, io non avrei nulla in contrario. Dove invece potrei avere qualche non lieve riserva, è nella consecutio del calo del debito secondo Messina:

Dando un primo segnale che il debito cala, si genera fiducia nella sua sostenibilità, e a quel punto il rapporto deficit/Pil finisce di essere un dogma.

In che senso? Che andremmo a spenderci parte degli introiti per fare deficit anziché per abbattere lo stock di debito e risparmiare sugli interessi? Credo che a Messina non sfugga che l’unico modo per ridurre il rapporto di indebitamento è crescere, cioè innalzare il potenziale del paese. Bene gli interventi redistributivi per aiutare chi è rimasto indietro, ma stiamo calmi sulle virtù taumaturgiche del moltiplicatore del deficit pubblico. Perché, come noto, questo è il paese che vuole scorporare dal deficit gli “investimenti”, che tuttavia da noi hanno accezione vastissima, spingendosi sino alla spesa corrente ed alle mance assortite.

Messina è da sempre molto dialogante e comprensivo con questo esecutivo. Bella forza, direte voi: ogni grande azienda, ed a maggior ragione se si tratta di una banca, è per definizione filogovernativa. Verissimo: ma Messina da sempre va oltre, esprimendo apprezzamento per la cosiddetta politica “sociale” di questo esecutivo. E infatti:

I governi precedenti parlavano di crescita, perfino più alta: ma una parte crescente di italiani non capiva, trovandosi in condizioni diverse. Proprio non aver capito gli squilibri sociali ne ha determinato la sconfitta.

Verosimile, possibile, probabile. Però aspettiamo di vedere due cosine: efficacia ed efficienza del reddito di cittadinanza. Nel contrasto della povertà, nella riattivazione delle persone uscite dalle forze di lavoro, sui conti pubblici. Non basta dire “la filosofia dell’intervento è corretta”, e poi trovarsi una esecuzione pessima e controproducente. Altrimenti diventa come il comunismo: una meravigliosa idea ma implementata in modo pessimo (sarò ironico? Ah, saperlo).

C’è stata una fase iniziale di inesperienza seguita alla fase conflittuale con l’Ue, con errori di comunicazione. Negli ultimi mesi mi pare ci sia stato un recupero, e oggi la comunità internazionale sembra dire ‘vediamo come lavorano su calo del debito e crescita’. E’ evidente che su questi temi, retaggio del passato, serve un cambio di passo totale.

Beh, sì, questi temi sono un “retaggio del passato”, ne convengo. Circa l’atteggiamento della “comunità internazionale”, sarei tuttavia un po’ meno ottimista. E del resto, aver portato lo spread a quasi 300 punti base, triplo di quello spagnolo e vedendo all’orizzonte quello greco, mi pare invece molto “retaggio del presente”. Ma Messina non ritene di giudicare la situazione attuale e le previsioni sul rapporto debito-Pil, preferendo limitarsi a cantare le lodi della enorme patrimonializzazione del nostro meraviglioso paese, e l’intervistatore non ritiene di porre domande in quella direzione.

La realtà giudicherà, come sempre. Nel frattempo, io pure eviterò di saltare alle conclusioni ed inferire che Messina ha deciso di candidarsi al ruolo di Grande Precettore di questo governo, per ottenere in cambio mano libera sulla gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Sarebbe del tutto riduttivo ed ingeneroso, rispetto alla visione ed al ruolo di Intesa Sanpaolo in questo paese.

Dulcis in fundo, si fa per dire, Carige:

Servono soluzioni che le diano un assetto di governo chiaro e senza conflitti di interesse. Certo Carige non può diventare la banca del Fondo tutela depositi, parte volontaria od obbligatoria. Se il Fitd entrerà sarà solo una soluzione transitoria, poi serve un partner strategico al 51%. Se c’è privato, bene; sennò anche pubblico, come in Germania, Gran Bretagna e altrove.

Sono un po’ deluso, confesso: dopo anni in cui i banchieri, privati e centrali, hanno detto in ogni modo che il Fondo interbancario di tutela dei depositi può e deve essere il cavaliere bianco contro il cavaliere nero di nome bail-in, ora ecco il colpo di freno. Meglio lo Stato, “come altrove”. Un po’ improprio come paragone: in Germania il sistema bancario è misto da decenni, non lo è diventato a seguito di salvataggi di banche dissestate di dimensioni neppure rilevanti. Nel Regno Unito, salvare Lloyds e Royal Bank of Scotland era una scelta tra vita o morte del sistema bancario nazionale. Ma noi siamo italiani, cerchiamo la terza via. Attenzione a binari morti e crepacci non segnalati, però.

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