L’albero della Brexit a cui impiccarsi

Mentre prosegue l’agonia politica di Theresa May, si aprono scenari interessanti su quello che accadrà in Regno Unito riguardo alla Brexit, in attesa che i numeri delle forze in campo tra i due schieramenti siano più chiare, allo spoglio di domenica sera delle elezioni europee.

Allo stato, May potrebbe essere defenestrata dai suoi colleghi di partito, mediante modifica del regolamento interno che fissa un termine di 12 mesi prima di poter esprimere un nuovo voto contro il leader che è sopravvissuto ad una sfiducia (dicembre, nel caso di May). Ma qui le cose potrebbero cambiare, visto che i Tories hanno votato mercoledì sera proprio su questo, e le buste con i voti sono sigillate, presumibilmente sino a domenica sera o lunedì mattina (Aggiornamento del 24 maggio: May annuncia le dimissioni).

Ma ipotizziamo che May si tolga di mezzo, su base volontaria o con le cattive. Cosa potrebbe cambiare? Altrimenti detto: siamo certi che sia “colpa” della robotica premier oppure si tratta semplicemente degli esiti di una frantumazione senza precedenti della politica (e della società) britannica rispetto ad un quesito che non andava sottoposto alla volontà popolare in quei termini?

Qui di seguito c’è un diagramma ad albero che illustra le opzioni possibili, elaborato da Bloomberg. Come si nota, c’è un discreto numero di rami che porta all’esito “nuove elezioni” o “secondo referendum”. Ma è importante anche vedere come si arriva a tali esiti, nell’ipotesi di cambio di leadership dei Tories e di governo.

Infatti, non basta dire “fuori May, e tutto si risolve”. Le cose non stanno affatto in questi termini. Ipotizziamo che al 10 di Downing Street arrivi Boris Johnson, il novello Churchill (almeno lui non perde occasione per dipingersi in questi termini, a riprova che il senso del ridicolo è perso non solo nella penisola italica), e che voglia puntare dritto al no-deal, come da molti mesi è stata ribattezzata la Hard Brexit.

Il punto è: ma il nuovo premier avrebbe una maggioranza parlamentare per il no-deal? Il sospetto è che la risposta sia negativa. Ecco perché servirebbe un nuovo referendum, dove la politica scarica nuovamente la patata bollente sugli elettori, oppure un’elezione generale. In cui sarebbe attesa (o temuta) una grande performance del Labour di Jeremy Corbyn ma forse sarebbe più opportuno dire “era attesa”, perché l’impronta marcatamente socialista di Corbyn rischia di essere messa in secondo piano da quello che sarebbe un referendum pro o contro una Hard Brexit.

Non starò qui a percorrere tutti i rami del diagramma, quello potete tranquillamente farlo da soli. L’esito su cui vorrei richiamare la vostra attenzione è l’ipotesi di no-deal, ove avesse i numeri e la volontà popolare, al termine di un percorso tortuoso. In questo scenario, tra Eire ed Irlanda del Nord andrebbe ricostituito un sistema doganale fisico, di fatto mandando al macero gli accordi del Venerdì Santo. Da qui deriverebbero tensioni crescenti che potrebbero culminare, secondo non pochi osservatori e politici britannici, in un referendum di riunificazione. Fantapolitica? Preavviso di un bagno di sangue?

A ruota, la Scozia riprenderebbe la propria iniziativa secessionista, spinta dalla volontà di restare nella Ue. Difficile fermare parlamento e opinione pubblica scozzesi, in quella ipotesi, a meno di militarizzare il paese. Incidentalmente, una simile iniziativa ridarebbe fiato (mai venuto meno, a dire la verità) al secessionismo catalano e non solo a quello, in giro per l’Europa. Alla fine, il Regno Disunito e la Piccola Bretagna finirebbero confinati a Inghilterra e Galles. Forse.

Scenari estremi? Puro divertissement di genere catastrofico? Può essere. Nel frattempo, come ci si attenderebbe razionalmente (oltre che per motivazioni economiche), la sterlina continua a deprezzarsi pesantemente. Non ci vuole un genio per comprenderne i motivi: quando un paese ha un elevato deficit delle partite correnti, quello che ci si può attendere, prima o poi, è un forte deprezzamento del cambio.

Se poi analizziamo questo deficit, e “scopriamo” che la parte merci dell’interscambio commerciale verrebbe terremotata dall’esodo dal Regno Unito di produttori che non avrebbero più accesso al mercato Ue, e quella servizi dalla perdita del passporting per servizi finanziari britannici verso l’Unione europea, tirate voi le conclusioni su quello che può accadere al cambio. In caso magari spieghiamolo anche ai magliari tricolori che “eh, ma se il cambio si deprezza il Regno Unito esporterà di più!”

Ma non c’è solo questo: si narra che il mondo starebbe precipitando verso una fase di guerre commerciali. Si sa come cominciano, queste vicende: si parte con qualche piccolo dazio, si verifica che non accade nulla di catastrofico (perché sono piccoli dazi, appunto), ci si convince allora che le guerre commerciali “si vincono facilmente” e senza sofferenze, si rilancia e ci si ritrova in una recessione difficile da curare.

Si, e allora?, chiederanno i più intuitivi tra voi. Allora, in periodo di guerre commerciali e di crescenti rischi recessivi, non soffre solo chi ha surplus commerciale ma anche -sorpresa sorpresa- chi ha deficit. Perché da un certo punto in avanti non è più un gioco a somma zero ma diventa a somma negativa. La sterlina come una tradizionale valuta emergente, in pratica. O meglio, in corso di immersione.

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