I predatori della perequazione perduta

Ieri è accaduto un singolare episodio, tra i molti che quotidianamente segnano il declino di questo paese. Nel verosimile tentativo di accreditarsi come potenziale leader nazionale, il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha ritenuto di esibirsi in un bizzarro atto di contrizione verso l’Italia intera, ostentando un robusto senso di colpa, di quelli che sarebbero piaciuti a Woody Allen e Philip Roth.

Tutto è iniziato quando il ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, durante un convegno organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e da l’Huffington Post, ha ritenuto di dover esprimere uno dei più prevedibili topoi del meridionalismo militante, quello della denuncia dell’egoismo che trascolora in conclamato sfruttamento:

Tutti decantiamo Milano, ma a differenza di un tempo oggi questa città attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae. Intorno ad essa, si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia. È la sfida che dovremo provare a cogliere.

Però, è strano, io pensavo che Milano “restituisse all’Italia” l’Irpef, l’Ires, l’Iva, l’Irap derivanti dalla sua bieca attività economica, ma devo essermi distratto. Evito di scendere nella solita polemica sul residuo fiscale di alcune regioni, per carità di patria.

Poco dopo questo atto di accusa, il sindaco Sala ha quindi ritenuto di esprimere tutta la propria contrizione:

È abbastanza evidente che oggi la mia città sta cannibalizzando parte delle opportunità che ci sono nel Paese ma non è giusto. È evidente che stiamo cannibalizzando ma voglio pensare che sia una finestra temporale, un po’ perché non ci riuscirebbe un po’ perché non è giusto.

D’accordo, non è giusto. Cosa implica, questo ragionamento? Che Milano succhia linfa vitale al resto del paese, come le altre regioni non ancora sprofondate nelle sabbie mobili e che per ciò stesso devono sentirsi in colpa? Chiedo per un amico milanese.

Questa mi pare la stessa argomentazione di quelli che, da un cinquantennio o giù di lì, ci fanno presente che il “successo” (?) economico del Nord è frutto di una sistematica sottrazione di risorse al Sud, e che il Sud medesimo deve essere tenuto in vita (o meglio, devono esserlo i suoi consumi) perché altrimenti il Nord perderebbe un mercato di sbocco e morirebbe soffocato. Meravigliosi e confortanti schemi mentali ottocenteschi, quelli dei mercati interni a tenuta stagna.

Eppure, garantisco che c’è ancora chi regge le proprie argomentazioni con questo schemino. Deprimente, vero? Lo so, ma questo passa il discorso pubblico di questo paese fallito. A quel punto, giunge la non meno bizzarra replica di Sala:

Per esempio, le ex municipalizzate milanesi sono un esempio di buona gestione. Vogliamo trovare una formula per cui allargano il loro raggio di azione anche altrove? Parliamone

Sindaco, ma che dice? Starà mica pensando di fare metà piazzista e metà colonizzatore del nostro Mezzogiorno, vero? E con le multiutility, pure. Eddai, su.

Quello che reputo degno di menzione, a seguito di questo surreale (ma non troppo) scambio, è la presa di posizione di oggi sul Messaggero del professor Gianfranco Viesti, da sempre pertinace difensore del Mezzogiorno e sostenitore della tesi dello sfruttamento del medesimo, oltre che fiero avversario della cosiddetta “secessione dei ricchi“, cioè dell’autonomia regionale differenziata.

L’editoriale (che vi invito a leggere), si apre con un apparente elogio di quello che il cosiddetto “sistema Milano” ha realizzato nel corso degli ultimi anni. Ma non illudetevi: la tesi è che, alla base di tutto, esiste e persiste una sorta di predazione delle energie vitali del Mezzogiorno, e pure del resto d’Italia, come la povera Torino scippata del Salone del Libro. E le Olimpiadi, eh? Eh? E “l’oscura” vicenda Expo? Ma leggete questo passaggio:

La forza di Milano viene esclusivamente da se stessa e dalle sue capacità? In realtà, è forte anche e soprattutto perché è una grande città italiana. Che dalle risorse fiscali di tutti gli italiani ha tratto i suoi collegamenti ad alta velocità (che tanti altri non hanno); che dalle altre città attrae giovani formati con l’investimento – a volta pesante – di risorse familiari; che vende nel resto del Paese beni, e soprattutto servizi, per decine di miliardi.

Dunque, vediamo. Milano è una piovra, un vampiro, una cupola (nella foto in alto, la prova provata) che drena risorse umane al resto del paese, e sfrutta il resto del paese come mercato di sbocco. Lo so, è lo schema da anni Cinquanta che è ancora parte integrante del mainstream culturale di una certa sinistra. Non solo: Milano vampirizza i giovani e si impossessa del capitale umano investito in essi da parte delle famiglie di origine e, soprattutto (è il sottinteso ma non troppo) dello Stato.

A questo punto mi si è accesa una lampadina. Voi sapete che il discorso pubblico di questo paese verte da tempo sul complotto e su una hobbesiana somma zero, immagine speculare del “modello superfisso”. Il complotto dello Straniero, che ci soggioga e castra con la moneta unica, ad esempio. Ma, giù per li rami ed i cerchi concentrici territoriali (per dirla con Fernand Braudel e la sua suggestiva opera “La dinamica del capitalismo“, leggetelo!), che deve essere l’imprinting ideologico di Viesti & C.), c’è sfruttamento anche intra-nazionale.

Che fare, quindi? Come combattere gli sfruttatori? Come saprete, dopo la Congiura dello Straniero, da noi viene la Congiura del Neo-Liberismo, che punta alla disgregazione sociale ed alla anomia e che alcuni valorosi intellettuali ed economisti cercano di tenere a freno, prima che sia troppo tardi. In caso foste interessati al concetto, ne ho discusso questa settimana con Gianluca Codagnone, trovate il video in calce a questo post.

Pensateci: in principio furono i pluto-giudaico-massonici. Poi i medesimi presero il controllo della finanza internazionale e di alcuni paesi, creando armi sofisticate per stuprare il nostro paese. L’euro, ad esempio. E ancora, il capitale immoralmente mobile, che prende i soldi e scappa oltre confine. Un vero peccato che quel confine sia, molto spesso, solo quello italiano ma sono dettagli nel Grande Schema della Storia.

Che fare, quindi? Molto semplice: chiedere indennizzi e perequazioni. La parolina magica. Ad esempio, ad un’azienda che lasci l’Italia si chiede di restituire gli eventuali contributi pubblici ricevuti? Per analogia, per punire l’idrovora milanese e qualunque altra area urbana che osasse crescere oltre le attese ed in persistenza della stagnazione del Sud (l’infallibile marcatore tumorale dello sfruttamento, come ormai sapete), iniziamo a chiedere almeno la restituzione di quanto le famiglie e lo Stato hanno pagato per l’istruzione dei propri figli.

Che dite, non è geniale? Basta con questo free riding del “Nord” che si pappa il miglior capitale umano del paese, e pure gratis. Mettiamo una compensazione a beneficio degli sfruttati. Come dite? Che le tasse dei “milanesi” sono servite anche a pagare i servizi alle regioni sfruttate dai “milanesi” medesimi? Non perdiamoci in dettagli: è evidente che, senza questo continuo brain drain, il nostro Mezzogiorno sarebbe una sorta di Singapore.

Quindi, si disponga quanto segue: per ogni giovane meridionale occupato a “Milano”, la Piovra ambrosiana paghi alla regione d’origine del giovane una compensazione, dell’ordine di svariate centinaia di migliaia di euro, a titolo di “diritto di sfruttamento del capitale umano”. Che dite, non è geniale? In questo modo avremo la forma suprema di exit tax o meglio di “perequazione”, il nostro paese apparirà un po’ più equo e morale e finalmente “Milano” restituirà (sempre in minima parte, sia chiaro) quanto ricevuto sottratto al resto d’Italia.

Il passo successivo sarà la ridefinizione del rendimento degli investimenti infrastrutturali, per cogliere l’entità del “sovraprofitto” che, misteriosamente, pare generarsi ad ogni spesa pubblica in conto capitale al “Nord”. Seguirà redistribuzione del sovraprofitto infrastrutturale medesimo, che qualche gaglioffo aveva sottostimato per depredare il Mezzogiorno.

La fase ancora successiva, quella dopo il momento in cui le aziende del “Nord” (scusate ma le virgolette sono d’obbligo) non assumeranno più giovani del Mezzogiorno, sarà quella di ridefinire le basi imponibili, passando dagli utili al fatturato. Tutto, pur di contrastare questo enorme bubbone chiamato “Milano” (e non solo) che sta ammazzando metà e più del nostro paese.

Con tutto ciò premesso, e con questo clima nel paese, i miei migliori auguri a Matteo Salvini, che si accinge a prendere il (pieno) potere sull’abbrivio della sua “vocazione nazionale”. Ti serviranno molte felpe, di varie regioni, città, quartieri e condomini, per riuscire a scontentare tutti e farti scoppiare in faccia questo Stato fallito. Ma sono fiducioso che ce la farai, ed anche rapidamente.

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