di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi abbiamo appreso cosa ne è stato di un vecchio progetto molto caro a Giulio Tremonti, la Banca del Mezzogiorno. Nelle intenzioni dell’allora ministro dell’Economia doveva essere una entità rivoluzionaria, la riscossa del sano localismo della piccola impresa meridionale, animata dalla rete delle banche di credito cooperativo, della cui missione Tremonti si era perdutamente innamorato nel periodo successivo alla crisi Lehman, quando proclamava, in ogni occasione, che le banche nazionali avevano fallito per incapacità di comprendere le esigenze del territorio.

di Mario Seminerio – Il Foglio 2+2

In attesa che il ddl sulla Banca del Mezzogiorno compia i primi passi del suo percorso parlamentare, e venga definitivamente piegato a quelle logiche di campanile clientelare denunciate con molta efficacia da un tradizionale difensore della politica economica di Tremonti quale è il professor Francesco Forte, non si può non concordare con le analisi di Queequeg e di Michele Boldrin. Allo stato non c’è nulla che suggerisca che l’aumento della raccolta delle banche meridionali possa tradursi in corrispondente aumento degli impieghi. Senza contare che il sistema di garanzie pubbliche su raccolta e finanziamenti della BdM si tradurrà in uno speculare aumento dello stock di debito pubblico, oltre agli elevati rischi (per usare un eufemismo) di attenuazione della due diligence nelle istruttorie di fido.

Ma chi ha mai detto che stimolando la raccolta si finisce con l’aumentare anche gli impieghi? Di certo non l'”economista mascherato” che bazzica dalle parti di Palazzo Chigi, e che ha espresso tre dubbi (anzi, tre dubbiozzi, come li definisce) sulla Banca del Mezzogiorno, formalizzandoli per 2+2. Premesse le condizioni di asimmetria informativa tra prestatori e prenditori, che restano del tutto inalterate con l’avvento della Banca del Mezzogiorno (assieme al mantenimento delle regole di Basilea 2, che probabilmente verranno presto accusate di remare contro un governo “eletto dal popolo”), vi segnaliamo quello che salta immediatamente all’occhio sul piano logico prima che su quello economico: credere, cioè, che basti ridurre il costo della raccolta per espandere il credito, livellandolo a quello di regioni del paese dove le condizioni ambientali sono meno rischiose. Un po’ come uscire dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli, a ben vedere. E pensare che le banche meridionali operano da sempre con basso rapporto tra prestiti e depositi.

Nelle more del percorso parlamentare del provvedimento che istituirà la cosiddetta Banca del Mezzogiorno, che si chiama così “perché il nome Banca del Sud era già stato registrato da altri” (cit.), è possibile solo compiere alcune considerazioni di larga massima. Le più centrate delle quali provengono, sinora, dal nostro socio JCF e dall’articolo di Tito Boeri e Fausto Panunzi su lavoce.info. La principale è che la garanzia pubblica sul debito emesso dalla nuova banca sarà, a tutti gli effetti, debito pubblico, con quello che ne consegue. In secondo luogo, e come insegna l’esperienza siciliana, avere un elevato tasso di bancarizzazione non è garanzia di buona qualità dei crediti erogati, per tacere delle devastazioni che il Banco di Napoli ed il Banco di Sicilia hanno inferto per decenni alle tasche dei contribuenti italiani.

Nel magico mondo del consumerismo paraculo italiano, brilla la stella della Associazione Contribuenti.it. Che poi sono quelli che calcolavano l'”evasione fiscale” spaccando il decimo di punto percentuale, e pazienza se non di evasione si trattava, bensì di una misura di customer satisfaction nei confronti del fisco. Oggi, nell’imminenza dell’avvio del progetto di Banca per il Mezzogiorno (solo a leggerne il nome si è colti da orticaria) fortemente voluto da Giulio Tremonti, riecco la stessa associazione mentre mendica l’immancabile strapuntino nel comitato promotore della nuova-decrepita banca, dopo inevitabile captatio benevolentiae del ministro.

Il vento della restaurazione statalista gonfia ancora una volta le vele dell’ideologia tremontiana. Oggi siamo in modalità amarcord, con le rimembranze dei bei tempi andati:

“Una volta c’erano le Bin (banche d’interesse nazionale, cioè Comit, Credit e Banco di Roma, ndPh.), che magari avrebbero fatto diversamente e mi sembrava andassero molto bene”.

Così il ministro dell’Economia nel corso di una conferenza stampa a margine del direttivo di Assolombarda.

Quanto è dura la vita, quando ci si deve destreggiare tra lo statalismo localistico della Lega, sorretto da scarsa alfabetizzazione economica, e le rivendicazioni clientelari dei notabili del Mezzogiorno, quelli che vorrebbero lo status quo di una spesa pubblica corrente travestita da investimento in conto capitale. Questa, nei prossimi mesi, sarà l’ennesima fatica di Sisifo che Silvio Berlusconi (e il Paese, purtroppo) dovrà sobbarcarsi. E poiché siamo in agosto, mese in cui la politica riesce ad essere più parolaia del solito, proviamo a trastullarci con gli ultimi sviluppi dell’operazione di quadratura del cerchio che il premier sta tentando.

La recente “rivolta” bipartisan di alcuni esponenti politici meridionali, che puntano a creare un movimento politico (o fors’anche un vero e proprio partito) dalla caratterizzazione marcatamente localistica, ha riaperto la discussione sulla sempiterna “questione meridionale” del nostro paese. Apparentemente nulla di nuovo o di inedito, nella sostanza molto di differente, non foss’altro che per l’aggravamento della crisi fiscale che è alla base del declino del paese. La persistenza di condizioni di malgoverno nelle regioni meridionali, una classe politica affetta da cleptocrazia, la presenza di ras locali che muovono imponenti pacchetti di voti e che possono allearsi di volta in volta col centrosinistra o col centrodestra, sono condizioni ormai incompatibili con l’evoluzione dello scenario globale, soprattutto in un periodo di crisi economica profonda come l’attuale, che costringe al razionamento delle risorse. E’ questa incipiente asfissia finanziaria che ha spinto molti politici meridionali a prestare ascolto alle sirene del governatore siciliano, Raffaele Lombardo, nel tentativo di tornare a condizionare l’erogazione di risorse fiscali, contrastando il ruolo determinante della Lega Nord nel governo centrale. Queste tensioni si scaricano sul Pdl, che appare sottoposto a duplice trazione centrifuga e disgregante.