L’angolo di Phastidio: teoria e prassi del mazzucatismo

Fenomenologia di Mariana Mazzucato e del suo stato investitore, frutto di una antica fascinazione per le oligarchie industriali-militari, e che finisce a microgestire i sussidi per le imprese

Questa settimana, fenomenologia di Mariana Mazzucato, l’accademica teorizzatrice dello Stato imprenditore ed innovatore, da qualche mese consulente del presidente del consiglio per innovazione e cambiamento del modello di sviluppo italiano. Michele ed io abbiamo ritenuto che fosse tempo di analizzare la visione del mondo di Mazzucato, prendendo le mosse dal suo ultimo op-ed divulgativo, scritto con Antonio Andreoni e pubblicato su Project Syndicate.

La produzione accademica e pubblicistica di Mazzucato verte sulla politica industriale. La premessa ideologica vede lo stato come motore primo per assicurare un’economia “più sana, resiliente e che conduca ad una crescita inclusiva e sostenibile”. Il tutto a mezzo di opportune condizionalità.

Ora, Michele ed io non siamo così ideologici da pensare che “il mercato” (qualunque cosa ciò indichi) si regoli magicamente da solo, ci mancherebbe. Ma un conto è uno stato che regola per grandi linee guida, periodicamente rivisitate; tutt’altro conto è uno stato che arrivi a microgestire l’economia a colpi di condizionalità o, peggio ancora, a determinare il percorso di innovazione, scegliendo le tecnologie vincenti e, a cascata, le aziende da “mettere sotto protezione” nel perseguimento delle direttive di cosiddetta innovazione.

Lo Stato, nella visione di Mazzucato, diventa quindi la suprema entità etica, la nuova Chiesa a cui applicare la massima Extra Ecclesiam nulla salus. Al di fuori dello stato innovatore, imprenditore ed “investitore di prima istanza”, nelle parole di Mazzucato, nessuna salvezza. E nessun sussidio, vien fatto di dire. Anzi, si chiamano “condizionalità”, scusate l’imprecisione.

Ma, dopo questo impegnativo enunciato, sorgono i problemi. A me pare che Mazzucato soffra di una problematica fascinazione per quello che, alcuni decenni addietro, si definiva “complesso militare-industriale”, quella sorta di monoblocco tra stato e grande impresa privata statunitense da cui, a suo dire, sarebbe originato il grosso delle innovazioni che hanno segnato un’epoca, come l’ormai mitizzato sviluppo di internet grazie alla rete DARPA.

L’oligarchia statale-industriale pare affascinare Mazzucato sia in riferimento al ruolo storico che essa ha avuto negli Stati Uniti sia in quello che giocherebbe oggi in Cina. Tuttavia, osserva Michele, la Cina ha un problema proprio nel sistema delle SOE (State Owned Enterprises), che sono elemento di freno allo sviluppo del paese, non certo il contrario, e di ciò l’élite politica cinese è pienamente consapevole.

C’è poi un altro “piccolo” problema: una visione del mondo spinto dalla presunta innovazione statale sottende una visione a blocchi, non necessariamente cooperativi. È quello che definisco “splinternet“, la frantumazione di reti, tecnologie e mercati per aree geopolitiche.

Stati Uniti, Cina, Europa: trova l’intruso. O meglio, trova l’espressione geografica sommatoria di stati nazionali, che cooperano e competono. Quando Mazzucato dice che “lo stato” deve guidare l’innovazione mediante condizionalità, a cosa si riferisce esattamente, nel caso europeo? Alla Germania leader tecnologico, e gli altri paesi facciano i follower? Al sempre più logoro sodalizio franco-tedesco? O a che altro? Prima o poi, l’accademica ci farà conoscere la sua visione per la Ue, se ne ha una. Campioni nazionali o campioni continentali? E in questo secondo caso, chi è Stato?

Per finire, ma in realtà torneremo sul tema, chiediamoci perché ci sono realtà nazionali in cui un dato input pubblico, risorse fiscali incluse, produce un output disastroso o comunque a basso rendimento, distruggendo valore per la comunità. Un paese chiamato Italia, ad esempio. Forse perché non basta benedire lo Stato come entità etica che tutto legittima, guida e plasma, e scrivere bei programmi di “ripartenza” o “rinascita” fatti di imprescindibili “investimenti pubblici” ed altrettanto miracolosi “moltiplicatori” per sterzare il percorso ed il destino di un paese?

Forse c’è una variabile sociale, culturale e di comunità, da tenere in considerazione. Alcuni la chiamano “fiducia”, è quella cosa che porta a creare valore aggiunto con comportamenti individuali e di socialità, che superano la necessaria astrattezza della normazione. Secondo voi, perché in Italia si usa il motto “fatta la legge, trovato l’inganno”?

Ed ancora, perché da noi si arriva alla ipernormazione che tenta di controllare comportamenti opportunistici degli attori sociali, indicando minuziosamente norme di condotta, in uno sforzo inane che produce infiniti circoli viziosi? Riflettiamoci, prima di disegnare grandi affreschi di stato onnipotente ed onnisciente, da cui origina ogni forma di legittimità e legittimazione, nella costante umiliazione di una società regolata sino all’ultimo respiro, e tenuta in condizione di minorità.

Lo Stato è la società. Chi li tratta e continua a trattarli in maniera separata e contrapposta, pone le basi per disastri e decadenza.

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