Le “gabbie salariali” di Zuckerberg: un’opportunità per i lavoratori?

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Tempo addietro Facebook ha annunciato che, nel giro di cinque o dieci anni, sino a metà dei propri dipendenti potrebbe lavorare da casa. Non un episodio isolato, visto che a maggio il boss di Twitter, Jack Dorsey, ha comunicato che i propri dipendenti potranno continuare a lavorare da casa, per il tempo da essi giudicato opportuno e necessario. Decisioni che aprono la strada a ripercussioni di ampia portata sul mercato del lavoro, e che è opportuno monitorare.

Mark Zuckerberg ha annunciato l’innovazione, che partirà dal prossimo gennaio. Si inizierà con i senior engineer, che potranno esercitare l’opzione di lavoro da remoto (WFH, working from home), e dai nuovi assunti, oltre ai dipendenti con le migliori valutazioni di risultato. Zuckerberg ha dichiarato che Facebook punterà aggressivamente alle assunzioni da remoto, un modo per ampliare il bacino del capitale umano acquisibile. Prevista anche la creazione di hub fisici regionali, per i momenti di interazione in presenza.

C’è una avvertenza: le retribuzioni dei dipendenti “remoti” di Facebook verranno parametrate al costo della vita ed alla fiscalità delle località in cui vivono. Una sorta di gabbia salariale, per dirla all’italiana, solo riferita alla localizzazione dei lavoratori di un’azienda, anziché tra aziende.

Secondo i dati dell’ultimo censimento, nel 2018 il reddito familiare mediano in California era stimato a 75.000 dollari, contro i 57.000 del vicino Nevada ed i 54.500 del Missouri, nel Midwest. In California, il reddito familiare mediano di San Francisco era di 107.900 dollari contro i 72.600 di Los Angeles.

L’annuncio ha suscitato commenti ambivalenti. Da un lato, si sottolinea che retribuzioni differenti per identiche mansioni, in base alla localizzazione del dipendente, rappresenterebbero una forma di discriminazione. Interpretazione fallace, perché ciò che conta (a meno di soffrire di illusione monetaria, e pare che in tanti ne soffrano) è il potere d’acquisto, cioè una grandezza reale e non nominale, ottenuta rapportando la retribuzione nominale al livello dei prezzi.

Altri osservatori ritengono invece che l’eliminazione delle barriere alla mobilità dei lavoratori porterebbe ad aumento di competizione e di conseguenza a pressioni al rialzo sulle retribuzioni dei profili professionali più ricercati.

In altri termini, Zuckerberg e colleghi imprenditori non avrebbero certezza di conseguire un risparmio netto per effetto della “remotizzazione” del lavoro. L’elemento positivo sarebbe la possibilità di scoprire talenti che non potrebbero permettersi il trasferimento presso le sedi centrali delle aziende coinvolte. Al contempo, ogni lavoratore, in conseguenza del lavoro da remoto, avrebbe modo di entrare in contatto potenziale ed effettivo con molti datori di lavoro.

Questo aumento di opportunità professionali potrebbe inoltre allentare il potere di monopsonio delle maggiori imprese nella domanda di lavoro, ritenuto alla base della compressione salariale che da tempo si osserva. Secondo alcuni studi, infatti, al ridursi della numerosità dei datori di lavoro per distretto geografico, ed in presenza di minore mobilità territoriale dei lavoratori, sarebbero i primi ad avere ulteriore leva negoziale nella fissazione delle retribuzioni. Il lavoro da remoto potrebbe attenuare questa dinamica, almeno per alcune figure professionali.

In sintesi, la diffusione del lavoro remoto apre scenari complessi e ramificati: non solo e non tanto l’applicazione di retribuzioni legate al costo della vita nella località di residenza del lavoratore ma anche l’opportunità per quest’ultimo di aumentare il proprio potere contrattuale rispetto all’azienda, letteralmente senza spostarsi da casa. Superfluo ribadire che vi sarebbe impatto non trascurabile anche sulle grandi aree urbane e sulla domanda di spazi immobiliari commerciali.

Ovviamente parliamo di profili professionali per cui lavorare da remoto è pressoché indifferente rispetto al lavoro in presenza. Ma è importante essere consapevoli che non parliamo solo di software engineer. Potrebbe inoltre esserci un impatto positivo su alcune zone economicamente depresse, frenandone lo spopolamento. Su tutto, domina come prerequisito la diffusione di connessioni internet veloci.

L’importante è compiere una riflessione approfondita sul tema, senza limitarsi alle prospettive di bar e ristorazione in pausa pranzo, come invece qualcuno ha già iniziato a fare. Tornare indietro sarà difficile.

Photo by Anthony Quintano from Honolulu, HI, United States / CC BY

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