Distribuire i costi della pandemia, senza buttarla in Cacciari

Dagli anatemi contro i dipendenti pubblici alle misure concrete che si possono prendere per distribuire in modo più equo tra le categorie di lavoratori i costi della pandemia

Come superare la fase “anche i dipendenti pubblici piangano”

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

l’opportunità di reperire risorse per il sostegno delle attività economiche colpite dal Covid si è trasformata in tifo da stadio dei più beceri tra fazioni. Chi, impersonato da Massimo Cacciari ad esempio, invoca un’imminente apocalisse dei conti in modo che si colpiscano – finalmente – i dipendenti pubblici troppo garantiti a discapito di autonomi, artigiani e imprenditori; chi evidenzia che il Covid non lo hanno innescato i dipendenti pubblici.

E giù a parlare di “metà dei lavoratori” che possono contare su uno stipendio garantito perché lo Stato non fallisce, mentre l’altra metà paga con le tasse il sistema pubblico improduttivo.

Difficile portare a razionalità un dibattito simile, che per altro si fonda, come troppo spesso, non su dati, ma su sensazioni o slogan a effetto.

Partiamo da alcuni elementi. I lavoratori dipendenti pubblici non sono affatto la metà del totale. L’Istat censisce circa 23 milioni di occupati; di questi i dipendenti pubblici sono circa 3,2 milioni, quasi il 14% del totale; gli autonomi sono circa 5,1milioni, poco più del 22%; i lavoratori privati sono circa 15,3 milioni, circa il 64% del totale.

In secondo luogo, è del tutto evidente ed incontestabile che la spesa pubblica sia finanziata dalle imposte e tasse, il cui carico grava in maniera formidabile su imprese e cittadini.

Guardando il solo dato Irpef riferito al 2019, si scopre comunque che il gettito Irpef è stato di 187,428 miliardi, provenienti:

  • per 76,017 miliardi dal lavoro pubblico;
  • per 81,425 dal lavoro privato;
  • per 11,310 dal lavoro autonomo;
  • 1,886 + 6,213 + 14,751 sono ritenute d’acconto, Irpef a saldo e Irpef in acconto.

Dunque, il 13-14% dei lavoratori nel 2019 ha sostenuto il 40% del gettito Irpef; il 22% circa dei lavoratori ha sostenuto il 6% circa del gettito Irpef; il 64% circa dei lavoratori ha sostenuto il 44% del gettito Irpef.

Poi, il mondo dell’impresa subisce il carico dell’Ires per 32,662 miliardi, tutte le altre miriadi di imposte e tasse locali, tra le quali spicca l’Irap che grava per circa 15 miliardi (10 miliardi è l’Irap a carico del sistema pubblico).

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Questo pochi dati rivelano come ragionare in termini binari e di divisione non ha alcuna utilità, se non per chi ha interesse a soffiare sul fuoco delle divisioni sociali. La situazione è molto più complessa e sfaccettata di quanto non la si semplifichi pelosamente, urlando sulla necessità che anche i garantiti subiscano le conseguenze della crisi.

L’approccio, Titolare, dovrebbe essere del tutto diverso. Non ha alcuna utilità economica e sociale allargare i “sacrifici”, secondo la logica assurda del “mal comune, mezzo gaudio”.

Simile modo di approcciarsi al problema, vanifica l’utilità di analisi e soluzioni da proporre, per far sì che da parte del mondo dell’economia meno colpito dalla crisi possano provenire risorse che lo Stato utilizzi per aiutare in modo ampio e più che congruo il sistema in crisi, possibilmente così limitando quanto possibile il ricorso all’indebitamento.

In questa fase, occorrono risorse pubbliche per sostenere la cassa integrazione, cominciare ad immaginare da subito spese ingenti per attività di formazione e ricollocazione dei lavoratori che perderanno il lavoro quando sarà finito il blocco dei licenziamenti, assicurare alle attività produttive colpite dalla crisi non solo “ristori”, ma garanzia di mantenimento di fatturato e capacità di stare nel mercato.

Incidere sul 13% del mondo del lavoro semplicemente perché anche i “garantiti” risultino meno garantiti, senza alcun progetto e motivazione, non ha semplicemente utilità. Come non ha senso chiedere la cassa integrazione anche per i dipendenti pubblici, così tanto per chiederla.

Diverso è ragionare come ha proposto Michele Boldrin: attivare un contributo di solidarietà, sulla base di criteri di progressività, a carico di ogni lavoratore (tanto pubblico quanto privato) che conservi attività lavorativa e gettito, come strumento per attingere a risorse aggiuntive pubbliche, utili per intervenire nell’emergenza ai fini illustrati sopra. Perché la solidarietà alla quale chiamare i cittadini non dovrebbe essere caratterizzata da steccati, ma coinvolgere ogni risorse che possa contribuire a sostenere parti della società in difficoltà.

In quanto alla cassa integrazione, questi pixel ne hanno parlato più di una volta. Essa non deve avere lo scopo di far sentire anche ai garantiti il peso della crisi, ma di rendere simmetrico il “sinallagma” (cioè le obbligazioni reciproche delle parti di un contratto), come avviene nel privato. Se un’azienda riduce la produzione complessivamente o in certi reparti, sospende temporaneamente il rapporto di lavoro con i dipendenti, perché essi non sono chiamati a prestare attività lavorativa.

La Cig copre la sospensione dal lavoro, con una percentuale ridotta della retribuzione, come prestazione sostitutiva. La cassa integrazione anche nel lavoro pubblico deve attendere a questo fine. Nella prima ondata della pandemia, invece, il decreto “cura Italia” aveva previsto che dipendenti pubblici non impiegabili né in attività indifferibili ed urgenti da svolgere in presenza, né in attività in smart working, fossero esentati dal lavoro, con retribuzione piena.

L’istituzione della cassa integrazione nel pubblico, dunque, dovrebbe servire per evitare il riprodursi di queste storture.

Così come occorrerebbe una valutazione seria dei risultati delle attività in smart working. Se vi fossero standard dei servizi, sarebbe corretto aspettarsi riduzioni del valore degli incentivi per la produttività, nei confronti di quelle amministrazioni che nel periodo del lavoro agile abbia di fatto chiuso ogni relazione con l’esterno, dilatato i tempi di chiusura delle pratiche, reso, insomma, più inefficiente il risultato della propria azione.

Altra scelta che andrebbe adottata subito: non pare proprio il caso, in questa fase, di attivare la contrattazione collettiva per il rinnovo dei contratti del lavoro pubblico, il cui costo è stimato in oltre 6 miliardi. Il blocco della contrattazione appare certamente una misura detestabile, ma la spesa per il lavoro pubblico sfiora il 20% della spesa pubblica complessiva: incidere su di essa significa fare politica economica.

Per circa 10 anni, dal 2009 al 2019, proprio il blocco della contrattazione è stato utilizzato come strumento per contenere parte della spesa pubblica. La sentenza della Corte costituzionale 178/2015 ha sì dichiarato l’incostituzionalità di una denegata contrattazione, ma solo se eccessivamente prolungato nel tempo, tale da violare la libertà sindacale. La pronuncia non toglie spazio a nuovi rinvii della contrattazione, specie se opportuni in una fase pandemica e di crisi economica.

Un approccio meno sguaiato e populista evidenzia azioni che vanno realizzate, per porre il sistema pubblico, compresi i dipendenti, nelle condizioni di contribuire in modo utile al sostegno dell’economia.

Ragionare sui dati, provare finalmente a introdurre standard valutativi, parlare con chiarezza della necessità che il bilancio dello Stato raccolga risorse senza indebitarsi troppo è sicuramente difficile e non chiama “like” e “followers”. Ma, la gara all’esasperazione conflittuale è solo un ulteriore regalo al virus, che non aspetta che questo.

Premesso che, in questo paese, tentare di fare analisi razionali è ormai incompatibile con un dibattito pubblico sempre più strillato, deve tutti cercano di buttarla in caciara e in Cacciari, c’è un dato che mi colpisce, in questo post: l’incidenza dei pubblici dipendenti sul totale degli occupati italiani. Siamo su livelli contenuti, in complesso, e ben lontani dalla mitologica “metà” del totale. So quello che state pensando: serve guardare al prodotto di tale occupazione, cioè all’aspetto qualitativo, e non solo al mero numero di dipendenti pubblici.

Ma guardatela in questi termini: con questi numeri di dipendenti pubblici, non siamo ancora ai livelli di implosione sociale ed economica dell’Argentina, paese dove di fatto il lavoro pubblico ha una incidenza tale da minacciare di estinzione il settore privato formale, cioè emerso. Bene, ora che abbiamo davanti agli occhi questo confronto e questi numeri, proviamo a operare per evitare che la situazione italiana scivoli inesorabilmente verso quella argentina, cioè verso il non-ritorno. (MS)

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