Il post-cast: MMT e dintorni

Attenti a strette fiscali precoci, dicono in coro banche centrali e istituzioni internazionali. Giusto, ma attenti anche ai miraggi del deficit miracolosamente infinito

Le nuove illusioni della politica macroeconomica post pandemica

Siamo ancora in una fase molto delicata della pandemia, con circolazione virale molto intensa e rischi di mutazioni maligne mentre la campagna di vaccinazione è ostacolata da inevitabili colli di bottiglia nella produzione. Ma già si pensa al dopo pandemia, a come gestire la massa di debito, pubblico e privato, prodottasi nell’ultimo anno e andata ad incrementare stock già elevati. Nuove e vecchie teorie vengono elaborate.

Banche centrali e istituzioni multilaterali supplicano i governi di non adottare prematuramente strette fiscali per rientrare da deficit e debito, perché si rischierebbero esiti esiziali. Cresce, anzi, la richiesta ai policymaker a fare più spesa pubblica, che la politica monetaria dovrebbe poi incaricarsi di accomodare, tenendo bassi i tassi. Ammesso di riuscirci, e vedremo tra poco che le cose potrebbero andare diversamente.

Più deficit, meno populismo?

Il rischio, nel post-pandemia, è che il populismo trovi nuova linfa in caso di richieste di aiuti negate causa “austerità”. Come ha detto la capo economista Ocse, Laurence Boone, “la gente chiederà da dove venivano tutti quei soldi” usati durante la pandemia, e non accetterà un no alle proprie richieste di sussidi. Questo rischia di essere quindi un potente terreno di coltura per un populismo che ribadisca che “la moneta non è scarsa”, cavalcato anche da sinistra.

Una politica fiscale fortemente espansiva, nelle prescrizioni di consenso, servirebbe proprio a disinnescare il populismo che si alimenta della pur fondata critica alle diseguaglianze. Queste ultime sono state spinte, come unintended consequence, da un uso quasi esclusivo della politica monetaria in funzione di contrasto alle crisi che si sono succedute almeno da una dozzina di anni a questa parte, e che la stessa politica monetaria ha, per molti aspetti, contribuito ad alimentare.

Perché ciò? Perché la politica monetaria aggressivamente espansiva è alla base del boom degli attivi rischiosi che ha consentito, a chi dispone di patrimonio, di migliorare la propria posizione rispetto a chi ne è privo. Diseguaglianza di ricchezza, quindi, ma anche di reddito, quando parte crescente di quest’ultimo deriva da capitale.

Last but not least, si argomenta, la politica monetaria è fatta da entità che non sono politicamente elette, le banche centrali, a differenza di quella fiscale che ha una radice di legittimazione democratica. C’è chi è arrivato, in modo molto immaginifico, a elaborare una sorta di “equazione del populismo“, in cui il livello di quest’ultimo è posto in relazione diretta alla politica monetaria e inversa a quella fiscale, per i motivi detti sopra.

Più spesa pubblica è il messaggio, quindi. Qualcosa che manderà in visibilio molta gente qui in Italia. Ma più spesa pubblica, in un’era lontana che potrebbe essere molto vicina, andrà comunque finanziata. Con aumenti di tassazione, come suggerisce Joe Biden per l’imminente programma di investimenti infrastrutturali? O magari con ulteriore deficit, per non scontentare nessun segmento di elettorato, soprattutto quello dove ci sono i maggiori donatori alla politica?

MMT, pietra filosofale

E qui entra in gioco la MMT, la teoria monetaria moderna. Che non è una teoria né è moderna, come ha spiegato Alberto Bisin, e che postula che la moneta non sia neutrale, neppure nel lungo termine. La moneta non è mai scarsa e l’unico limite alla sua creazione, sostengono i sostenitori della MMT, è l’inflazione. Quando questa compare, si stacca temporaneamente il piede dal pedale della stampa di moneta.

Ma in questa teorizzazione si cela una ineliminabile incoerenza temporale, come spiegato da Tommaso Monacelli:

L’impianto di fondo della Mmt non regge però ad una logica economica di base. Per capirlo, supponiamo di essere al tempo zero, e che una coppia governo-banca centrale annunci oggi di voler perseguire la strategia Mmt nel futuro. Questa strategia è in realtà intrinsecamente non credibile. Infatti, dopo un certo numero di periodi, quando il debito pubblico (emesso dal governo e detenuto dalla banca centrale) sarà salito a dismisura in termini nominali, il governo avrà un incentivo perverso. L’incentivo cioè a generare più inflazione, proprio per abbattere il valore reale del debito. In altre parole: perché mai il governo dovrebbe a quel punto autoimporsi la disciplina di frenare la crescita del deficit per contenere l’inflazione? Avrebbe solo svantaggi. Anticipando oggi questo incentivo perverso del governo nel futuro, gli agenti (imprese e famiglie) faranno crescere (oggi) le loro aspettative di inflazione. Ciò a propria volta farà crescere l’inflazione già da oggi.

Il revival della MMT è alimentato dall’assenza di inflazione che da anni si registra nell’economia mondiale. La mancata trasmissione di aumenti di base monetaria agli aggregati monetati e creditizi sarebbe evidenza decisiva a favore della monetizzazione del deficit pubblico, secondo i sostenitori della MMT. Sulle cause di tale mancata trasmissione, segnalo un’ottima nota di ricerca di Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Francesco Tucci, a cui rimando.

Stampare una tantum, resistere alle tentazioni

Come che sia, e premesso che questo fenomeno non garantisce alcunché e men che mai la monetizzazione indolore del deficit, la MMT appare politicamente molto attraente perché consente di fare redistribuzione senza redistribuire, cioè a deficit, immaginando che il magico moltiplicatore risolva i problemi e il debito si riduca. E consente quindi di “tenere a bordo” i ricchi, perché fa venir meno l’esigenza di tassarli. Praticamente, il moto perpetuo.

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Si obietta, non solo dalle parti dei seguaci della MMT, che siamo in un tale buco di domanda, da “stagnazione secolare”, che se anche dovessimo monetizzare il deficit, non ci sarebbero conseguenze inflazionistiche. Forse è così o forse no, ma dovrebbe essere una operazione molto ben telegrafata agli agenti economici nella sua natura una tantum. Diversamente, la gente comincerebbe a disfarsi furiosamente della moneta, facendone schizzare la velocità di circolazione, e l’inflazione comparirebbe rapidamente; ed altrettanto rapidamente finirebbe fuori controllo.

Ora, sarò cinico, ma temo che una volta uscito il dentifricio dal tubetto e il genio dalla lampada, non ci sarebbe modo di rimetterceli, e addio operazione una tantum. E non scordiamo l’ormai immanente elemento “populista” del paesaggio: se avete monetizzato ieri e non è accaduto nulla all’inflazione, perché domani dovrebbe accadere qualcosa di differente? E così via. Lo percepite, il fascino e la trappola delle contraddizioni?

Piuttosto, studiamo pure la “nuova era” della politica economica post pandemica, per carità, ma non scordiamo che nel mondo si è creato un tale stock di debito, pubblico e privato, che se realmente dovesse comparire inflazione, le banche centrali dovrebbero scegliere tra contrastarla (e causare fallimenti a catena) o assecondarla, ricomprandosi a pie’ di lista il debito venduto dai privati, creando ulteriore moneta con conseguente comparsa di più o meno improbabili beni rifugio, come le criptovalute.

Comunque la pensiate, il concetto di trade-off non è stato ucciso dal virus. Semmai il contrario. Buon ascolto.

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