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Reddito di cittadinanza: serve logica, anche nelle critiche

Un mercato è fatto anche di domanda, non solo di offerta

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

questi pixel saranno brevi e vogliono interessarsi del ruolo dei navigator nell’ambito del Reddito di Cittadinanza. Lo spunto è dato dall’ennesima analisi dei media sull’inefficienza del sistema nella ricerca di lavoro ai beneficiari disoccupati.

Partiamo, allora, dall’articolo pubblicato su Il Messaggero del 22 gennaio a firma Francesco Bisozzi, dal titolo “Reddito, verso i 4 milioni ma solo 200 mila lavorano”.

  1. “Appena duecentomila percettori idonei al lavoro risultavano occupati a ottobre, su oltre un milione di arruolabili”;
  2. “Per la Cgil sono a rischio oggi fino a un milione di posti di lavoro: il sindacato avverte che per effetto delle chiusure delle attività travolte dal virus, e di una proroga selettiva del blocco dei licenziamenti, il numero dei sussidiati potrebbe crescere nei prossimi mesi persino di più di quanto lasciano intravedere i numeri attuali. «Gli effetti della crisi sulle attività lavorative, uniti all’estensione solo parziale dello stop ai licenziamenti, metterebbero a rischio nei prossimi mesi tra 500 mila e un milione di posti di lavoro”

Ora, Titolare, che il Reddito di Cittadinanza sia uno strumento perfettibile, nel quale andava meglio tarata la funzione di strumento di politica attiva, difficilmente compatibile con la gran parte dei beneficiari causa l’eccessiva loro debolezza nel mercato del lavoro, lo si sa e su questo tutti sono d’accordo.

Una “logica” a tesi

Ma, tuttavia, non per questo i dati vanno letti al mero scopo di forzarli per dimostrare un postulato di partenza, del tipo “il Reddito di Cittadinanza non funziona e quindi va cancellato”.

Guardiamo, allora, i dati enunciati dall’articolo citato. Essi dicono, in primo luogo, che su una platea di 1.000 di beneficiari potenzialmente spendibili nel mercato del lavoro, il 20% di essi lo ha trovato. Quanti di questi lo hanno trovato grazie allo strumento del Reddito di Cittadinanza? Purtroppo, non c’è modo di rispondere con precisione a questa domanda: alcuni grazie alle ricerche favorite dai navigator e dal contatto coi Centri per l’impiego; altri autonomamente.

In ogni caso, se un quinto di una platea di persone molto svantaggiate nel mercato del lavoro comunque abbia trovato lavoro, e in questi tempi, il risultato non può essere considerato in assoluto negativo, al netto del quesito relativo a quanto l’attività di ricerca di navigator e Centri per l’impiego abbia influito.

Obiettivo riattivazione, dove possibile

Non si dovrebbe mai dimenticare, comunque, che la principale funzione dei servizi per il lavoro è la “attivazione” del disoccupato: cioè proprio la spinta, il pungolo a farsi parte attiva nella ricerca. Il contatto con navigator e Centro per l’impiego è, quindi, un elemento fondamentale della riattivazione di chi, senza, rischierebbe di restare a languire nella condizione di povertà, senza strumenti per provare ad uscirne col lavoro.

La cifra di 200.000 percettori del reddito di cittadinanza che hanno trovato lavoro (prescindiamo dal canale), inoltre, non può non essere messa in relazione alla situazione attuale di crisi economica così grave da mettere a repentaglio oltre 1.000.000 di posti di lavoro.

È piuttosto facile cadere nell’errore di ritenere che l’incontro domanda/offerta sia solo questione di come si gestisce l’offerta (cioè i lavoratori che si propongono).

Guardare anche la situazione della domanda

I risultati della mediazione non possono non essere influenzati dalle condizioni della domanda. Se questa è in calo, perché le imprese sono in sofferenza, tanto che centinaia di lavoratori sono in Cassa integrazione e molti di più rischiano il licenziamento una volta concluso il blocco, dovrebbe sembrare oggettivamente velleitaria la pretesa che uno strumento come il Reddito di Cittadinanza, ma come qualsiasi altra misura di agevolazione nella ricerca di lavoro, abbia percentuali di successo nella mediazione più vicine al 100% che al 10%.

Pare, insomma, un paradosso ossimorico evidenziare contemporaneamente la situazione di gelo della domanda di lavoro, con connesso rischio di milioni di licenziamenti, e ritenere inefficace uno strumento che aiuta il reddito, il 20% dei percettori del quale comunque ha reperito lavoro in una fase economica tanto complicata.

Questo 20% dovrebbe essere considerato una base di partenza, per migliorare lo strumento ed affinarlo. Distinguendo più radicalmente il puro sostegno al reddito, dalla costituzione di un apparato di ricerca.

Sostegno in moneta reale e virtuale

Il sostegno al reddito dovrebbe essere ancora in “moneta contante” e rivolto, sulla base di un’oggettiva profilazione seriamente pensata, a chi non abbia requisiti soggettivi ed oggettivi (titolo di studio, competenze, esperienze, situazione abitativa, situazione di salute e molto altro) per intraprendere con una minima speranza di successo la ricerca di lavoro.

L’apparato di ricerca dovrebbe consistere in “moneta virtuale”: un valore economico assicurato a chi sia profilato come spendibile nell’immediato nel mercato del lavoro, che gli assicuri un orientamento accurato, una conseguente formazione sui lavori congeniali ma realmente disponibili nel mercato, esperienze (come i tirocini), e incentivi economici per l’azienda che assume.

I Centri per l’impiego dovrebbero essere, con i servizi sociali, il “triage” che effettua la profilazione ed il soggetto che attiva le persone spendibili nel mercato, attribuendo loro il “voucher” economico, abbinandolo a soggetti anche privati che assicurino le attività di orientamento e formazione, nonché a chi assicuri la continuità della ricerca, figura che può essere ricondotta a (chiamiamolo con un nome italiano e chiaro) tutore, più che un navigator.

E sempre Centri per l’impiego e servizi sociali trovino soluzioni intermedie per profilazioni che lascino i beneficiari in “zone grigie”, situazioni nelle quali la funzione del tutore si rivelerebbe maggiormente utile e necessaria.

Nulla di nuovo sotto il sole: uno strumento pericolosamente ibrido, tra politiche sociali e politiche, il cui disegno necessita di un radicale ripensamento, soprattutto per evitare che si trasformi in una formidabile trappola della povertà e un incentivo a restare nel sommerso anche quando la pandemia sarà alle spalle. Un rischio che non mi pare sia sufficientemente percepito dalla politica. Ma direi che serve anche che la stampa faccia un corso base di logica perché, come segnala Luigi, il debito formativo in tale materia sta diventando una voragine. Se la domanda di lavoro è morta causa pandemia, ha senso prossimo allo zero quello di lamentarsi che troppo pochi percettori di reddito di cittadinanza trovino lavoro. Ancora una volta, tutto si tiene, nel sistema paese e nel suo degrado: un modo di legiferare sciatto, per usare un eufemismo, e un modo di fare informazione che ad esso segue e consegue. (MS)

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