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Il pudding della Brexit va assaggiato

C’è tensione, nel dibattito politico britannico. Il governo di Boris Johnson si appresta a finalizzare il primo vero accordo commerciale dopo l’avvio della Brexit, non un semplice copia-incolla di accordi della Ue con paesi terzi. Intende farlo con l’Australia, paese amico e membro del Commonwealth, l’ectoplasma dell’Impero che fu. Ma l’accordo rischia di abbattersi su un settore dell’economia britannica fragile e politicamente molto sensibile, oltre che su parti dell’Unione a rischio secessione.

L’accordo di libero scambio tra Regno Unito e Australia è il calcio d’inizio della politica commerciale dell’era post Brexit. Ha grande rilevanza simbolica immediata ma anche strategica nel lungo termine, in quanto battistrada di accordi che verranno o dovrebbero venire.

Arriva la carne australiana senza dazi

L’accordo dovrebbe prevedere, tra le altre cose, l’accesso senza tariffe né quote delle carni australiane nel Regno Unito. Circostanza che ha già suscitato la rivolta degli allevatori scozzesi e gallesi, che temono, date anche le ridotte dimensioni medie delle loro aziende, di venir spazzati via dalle importazioni di carne di manzo e agnello provenienti dagli antipodi. Timori sono stati sollevati anche per gli standard sanitari degli allevamenti australiani, tema a cui l’opinione pubblica britannica è molto sensibile.

L’esecutivo britannico è diviso tra paladini del libero scambio, guidati dalla Segretaria al commercio estero, Liz Truss, e il Segretario all’Ambiente, George Eustice, fiancheggiato da Michael Gove, il Cabinet Office minister e notabile tory. La prima è decisa a procedere perché “se non facciamo un accordo commerciale con l’Australia, con chi altri dovremmo farlo?”; i secondi sono preoccupati per le ricadute politiche interne oltre che, nel caso di Gove, per aver fatto campagna pro Brexit da ministro dell’ambiente promettendo ad allevatori e agricoltori britannici che sarebbero stati protetti, in caso di Hard Brexit.

La cosa più rilevante è che l’esecutivo britannico stima, dall’accordo con l’Australia, un beneficio sul Pil dello 0,1-0,2% in 15 anni, quindi compreso tra 200 e 400 milioni di sterline. Evidentemente non contano i numeri ma i simboli, ma gli allevatori dell’Unione rischiano di essere decimati entro alcuni anni.

In questa disputa si ritrovano gli argomenti “classici” sui dibattiti nazionali relativi agli accordi di libero scambio. Da un lato, i sostenitori del beneficio per i consumatori, che da tali accordi di solito ricevono maggior varietà di scelta a prezzi minori, secondo la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo. Dall’altro, le vittime designate dell’apertura commerciale. Quelli che, perdendo la loro attività, farebbero molta fatica a mantenersi anche nel ruolo di consumatori.

Ricardo in tavola

Nel mezzo, la politica, tra promesse di sussidi ai soccombenti e spinte protezionistiche che si riconducono a questioni di sicurezza nazionale, ad esempio quella alimentare, che impongono di non fermarsi alla dimensione strettamente economica.

Il Regno Unito ha una bilancia commerciale bilaterale in ampio avanzo con l’Australia, circostanza che dà fiato a quanti non vedono l’esigenza di “danneggiare” quel surplus (anche se non funziona così, ma transeat). Il punto del contendere resta la reattività al tema della sicurezza alimentare, in termini di approvvigionamenti e di standard sanitari, che è antico tema di confronto e scontro nel dibattito pubblico britannico.

Ma la Brexit è nata per “liberare” il potenziale commerciale del Regno Unito, e mettersi a fare gli schizzinosi proprio ora che c’è da firmare accordi internazionali rischia di causare danni. Sul tema alimentare, ci sono i forti timori di quanti ritengono che l’accordo con l’Australia spalancherebbe la porta ad accordi del genere con gli Stati Uniti e il Mercosur sudamericano.

Questo, secondo gli avversari del trattato, equivarrebbe a far grandinare sul Regno Unito carni dai dubbi trattamenti sanitari, oltre che provenienti da allevatori che beneficiano di economie di scala irraggiungibili per i colleghi britannici. Ma potrà mai il Regno Unito rinunciare al premio più grande di tutti, un accordo di libero scambio con gli americani, mettendo veti sull’agroalimentare?

Un’impronta profonda

C’è tuttavia anche un altro aspetto che sta affiorando, e che è figlio dei tempi. Questi trattati di libero scambio dovrebbero considerare anche la carbon footprint, cioè le emissioni clima alteranti prodotte da produzione e trasporto di merci su lunghe distanze. La valutazione di convenienza e vantaggio comparato andrebbe fatta anche in base a questo aspetto.

Peraltro, detto come inciso, sono proprio le carni di manzo e agnello ad avere la maggiore “impronta”, relativa alla catena di produzione, all’uso delle terre, dei fertilizzanti e delle emissioni enteriche del bestiame:

Food: greenhouse gas emissions across the supply chain

Il Regno Unito è condannato, dopo la Brexit, a inseguire nuovi accordi commerciali agli antipodi o comunque a grandissime distanze. Dal giugno 2016 il mondo è lievemente cambiato, tra tensioni geopolitiche tra blocchi e avvio del grande processo di greening dell’economia mondiale, col quale andranno fatti i conti.

Anche non avere massa rilevante per gestire i negoziati rappresenta un handicap, ma Londra ignora questo aspetto, ritenendosi una grande e agile potenza globale che ha finalmente spezzato le catene che la assoggettavano alla Ue.

In astratto è possibile un accordo al ribasso o a metà strada, del tipo zero tariffe ma quote di importazione per un arco temporale di 10-15 anni, che tuttavia, al momento, è rifiutato da Australia (e Nuova Zelanda).

Quello che è certo è che la Brexit è in corso proprio ora, tra problemi doganali con la Ue e accordi internazionali in faticosa gestazione. Come direbbe un noto detto, la prova del pudding sta nel mangiarlo. La Brexit non fa eccezione.

Photo by Nilfanion, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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